Panoramica Orizzonti: l’immagine vince sulle parole

Manta Ray, di Phuttiphong Aroonpheng, è il miglior film della sezione Orizzonti della 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Diciannove i film in gara di quest’anno, con oltre venti nazioni coinvolte per la realizzazione delle opere. A contraddistinguersi è però la Thailandia, con un lavoro del tutto personale, dove le parole mantaraylasciano spazio alle immagini e alla libera suggestione del pubblico.
Manta Ray racconta la storia dei migliaia di rifugiati Rohingya, che ogni anno sono costretti ad abbandonare la Birmania, perché perseguitati, e avventurarsi per mare alla ricerca di una terra più sicura che possa accettarli. Un viaggio che spesso porta alla morte, con il rinvenimento dei cadaveri annegati sulle spiagge thailandesi. È il caso di un giovane pescatore che trova un uomo in fin di vita sulla riva del mare a cui decide di prestare immediatamente soccorso, portandolo al sicuro in casa propria. Lo sconosciuto però non proferisce parola, forse è muto oppure troppo scosso dal proprio viaggio per riprendere a parlare. Il pescatore decide quindi di dar lui il nome di Thongchai. Da lì a poco si instaura un forte legame tra i due, fino a quando una mattina il pescatore prende il mare e non farà più ritorno.  Thongchai lentamente, e quasi inesorabilmente, si ritroverà a prendere il suo posto, abitando nella sua casa, vivendo del suo lavoro e convivendo con la sua ex moglie. Una vicenda raccontata attraverso lo sguardo di un regista il cui immaginario è alimentato dalle credenze popolari e i selvaggi paesaggi della propria terra. La foresta è simbolicamente mostrata come un organismo animato, pulsante, che nelle ore più buie si illumina di mille luci cangianti riunite per un ballo magico. Danzanti e brillanti, l’origine delle luci è un mistero e della foresta illuminano anche un lato più oscuro, quello dei cadaveri che si nascondono nel profondo delle sue radici che si estendono fino a toccare il mare.
Un film suadente e ipnotico, come l’andamento dell’animale marino da cui prende il nome, dove l’inquadratura si riappropria della narrazione facendo da voce ai protagonisti che la animano.

the-day-i-lost-my-shadow-1-photoSulla falsa riga di Manta Ray altri due film dai dialoghi ridotti all’osso si sono contraddistinti in questa edizione, The day I lost my shadow e The man who surprised everyone, rispettivamente con il premio opera prima e miglior interpretazione femminile all’incantevole e sorprendente Natalya Kudryashowa.
Nel primo, la regista esordiente Soudade Kaadan racconta l’assurdità della guerra in Siria attraverso gli occhi di una giovane madre. Siamo nel 2012, in una Damasco post apocalittica Sana lotta per crescere suo figlio di otto anni e garantirgli un futuro. Le frequenti interruzioni d’acqua e della corrente rendono anche i compiti più semplici, come fare una lavatrice, difficoltosi, facendo vivere la protagonista in un continuo stato di ansia che da un momento all’altro possa interrompersi tutto. Le cose si complicano quando una sera si esaurisce la bombola del gas e Sana sarà costretta a intraprendere una folle odissea per poter sfamare proprio figlio. È sul suo volto che la telecamera si concentra alla ricerca di tutte le possibili espressioni di paura generate dall’incontro con vittime e protagonisti della guerra nella periferia della città.
L’autrice Siriana porta in occidente la condizione disperata del suo Paese di origine e lo fa con un approccio realista a cui fonde una velata componente d’incanto. L’ombra diviene così trasfigurazione dell’anima, espressione del suo stato di salute e a rischio di estinzione ancora prima della morte del corpo.
themanThe man who surprised everyone, film singolare di Natasha Merkulova e Aleksey Chupov, ci narra invece delle vicende di un uomo che riuscì a ingannare la morte. In un piccolo villaggio Siberiano, la guardia forestale Egor Petrovich (Evgeniy Tsyganov) è stimata da tutti; ha una moglie e due figli, di cui uno in arrivo, e la sua vita sembra evolversi felicemente. Almeno fino al giorno in cui non scopre di avere un cancro in stadio avanzato e ancora pochi giorni di vita davanti. La medicina si rivela impotente rispetto un male tanto forte, così Egor con sua moglie Natasha (Natalya Kudryashowa) decidono di affidarsi alle cure di una vecchia sciamana del villaggio. La vita però richiede un grosso sacrificio ed è così che il realismo si mescola ancora una volta all’incanto e, come in una antica fiaba popolare, Egor sotto le facce sconcertate di tutti si trasformerà in una candida fanciulla. Un atto di disperazione, condannato da amici e conoscenti che ben presto si rivolteranno con violenza contro questa strana e inconcepibile creatura. Ritratto di una società intollerante e bigotta, il film ci mostra l’arretratezza sociale e culturale Russa, Paese questo dichiaratamente in attrito con la continua emancipazione LGBT che sta coinvolgendo il resto dell’occidente.
In un tale scenario non resta ai giovani autori che dar voce al silenzio della sconfinata taiga siberiana, oppure al profondo oceano indiano o ancora all’arido deserto siriano.

Samuele P. Perrotta

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