Parliamo delle mie donne

parliamo1È ormai arrivato a ottant’anni e quarantaquattro film, Claude Lelouch, lui che nel 1967 vinse due volte l’Oscar per la stessa pellicola (Un uomo, una donna: miglior film e sceneggiatura originale) e che divenne volto tra i più noti della nouvelle vague. Sì, proprio quella corrente cinematografica che non faceva altro che raccontare storielle di gente a letto. Sono passati gli anni, il cinema è cambiato proprio come il suo pubblico (e non è detto che siano cambiati soltanto in peggio), Lelouch preferisce mostrare quello che succede dopo gli imenei della gioventù, quando i corpi si infiacchiscono, i sentimenti pure e restano le incomprensioni, le litigate, i musi duri. Così ecco una storia di gente che a letto ci va quasi solo per dormire, perché poi rimugina, pensa, si rode il fegato. Johnny Hallyday, noto cantante blues in Francia, fa qui la parte del fotografo che, trasferitosi in una baita di montagna dopo averne concupito l’agente immobiliare (Sandrine Bonnaire), compiange l’ormai logorato rapporto con le quattro figlie avute da quattro donne diverse. Per fortuna viene in suo aiuto l’amico di vecchia data (Eddy Mitchell) ad arrangiare con un sotterfugio una riunione di famiglia per sistemare quel che può essere sistemato. parliamo-2Lelouch realizza un film inconsapevolmente testamentario, nostalgico di tante formule oggi superate, che chissà perché ricorda l’ultimo Zulawski o l’ultimo Iosselliani, cioè un cinema di gag, frivolezze, battutine che non hanno mai la pretesa di scavare oltre la superficie delle cose. È come se il vegliardo regista perseguisse una scrupolosa politica dell’accumulo, dove tutto fa brodo, tutto va bene per saturare l’inquadratura fin sopra ai bordi, salvo poi finirne schiacciato come in terrificante merzbau fuori controllo. Si comincia con la neve, la strada, il paesaggio montano associato alla musica jazz. Bianco e nero, nord e sud, libertà e schiavitù. Qual è il nesso se non la gioia infantile del contrasto fine a se stesso? Poi un’aquila appollaiata al tetto che osserva insistente i protagonisti, le stagioni cambiano e giunge la primavera. Appare un gatto che ruba una bistecca, ci sono i fuochi d’artificio, una delle figlie di Hallyday fa teatro, un’altra la modella, un barbecue con gli amici, arrivano i nipoti, i figliastri, i parenti tutti… Si mescola, si giustappone alla ricerca di una nuova tinta, un colore misterioso, una nuance che si spera impensabile. Lo dice il titolo stesso, d’altronde: Parliamo delle mie donne. Quelle amate, quelle che si amano, quelle che si possono ancora amare.

Tanti piani di significato, l’uno accanto all’altro, incasellati senza un criterio, un caos coloratissimo ma impastato nel dipanare le proprie sottotrame. Lelouch fa cinema antimoderno, che guarda il passato e si fossilizza, resta lì incapace di fare altro se non giocare. Certo i vecchi tornano un po’ bambini, quindi è consustanziale alla loro condizione.

Marco Marchetti

Parliamo delle mie donne

Regia: Claude Lelouch. Sceneggiatura: Claude Lelouch, Valérie Perrin. Fotografia: Claude Lelouch. Montaggio: Stéphane Mazalaigue. Musica: Christian Gaubert, Francis Lai. Interpreti: Johnny Hallyday, Sandrine Bonaire, Eddy Mitchell. Origine: Francia, 2014. Durata: 124′.

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