Racconto crudele della giovinezza di Nagisa Oshima

Il quarto appuntamento con il cinema giapponese, percorso che Cinequanon Online segue con gli amici della Libreria del Cinema di Como, guarda al maestro Nagisa Oshima e al suo Racconto crudele della giovinezza.

racconto-crudele-della-giovinezzaComunemente considerato il manifesto programmatico della Nūberu bāgu – la nouvelle vague del cinema giapponese -, Racconto crudele della giovinezza di Nagisa Oshima esce nel 1960, l’anno della firma del rinnovo del trattato di sicurezza tra Giappone e Stati Uniti che prevede la permanenza di un presidio militare americano sul suolo giapponese. Il film, prodotto dalla Shochiku (una delle principali case cinematografiche del paese), suscita molte polemiche ma il successo al botteghino permetterà al giovane regista di realizzare subito altre pellicole: nello stesso anno infatti gira Il cimitero del sole e Notte e nebbia del Giappone, opere capitali, che indicano una nuova via espressiva.
Al centro della sceneggiatura di Racconto crudele c’è un conflitto generazionale. Da una parte abbiamo i due giovani studenti protagonisti del film, Mako (la ragazza) e Kyoshi (il ragazzo), che vivono di espedienti, ricattando gli anziani uomini adescati da lei. Dall’altra parte abbiamo le generazioni più vecchie: il padre di Mako, vedovo, incapace di portare su di sé il peso dell’autorità connesso al proprio ruolo, testimone della crisi della famiglia; l’amante attempata di Kyoshi; la coppia costituita da Yuki, la sorella di Mako, e dal suo ex-fidanzato, il dottor Akimoto. La contrapposizione tra le due coppie (Mako/Kyoshi e Yuki/Akimoto) è alla base di una delle sequenze più belle del film, ambientata nella clinica in cui Mako ha appena abortito il figlio che aspettava da Kyoshi: si tratta di un lungo piano sequenza in cui il giovane, piegato sul corpo privo di sensi della ragazza (sulla guancia il particolare di una lacrima), dialoga con Yuki e Akimoto che però non si vedono, sono al di là della parete di fondo, persi nell’oscurità, nonostante le loro voci siano “in primo piano”. Questa soluzione traduce in termini visivi l’idea di fondo del film, vale a dire il baratro di oscurità entro cui sembrano sprofondati i ragazzi giapponesi, isolati e smarriti, privi di un canale di contatto che li ricolleghi alle generazioni precedenti. La sequenza si chiude con il gesto di Kyoshi che addenta lungamente una mela, che esprime al contempo la vitalità istintiva del personaggio e la sua indifferenza a qualsiasi preoccupazione morale.
Lo scandalo suscitato alla sua uscita da Racconto crudele deriva sostanzialmente dalle modalità di rappresentazione della violenza e dell’erotismo messe in atto dal regista. Violenza ed erotismo, ben inteso, erano presenti anche nel cinema dei vecchi cineasti, ad esempio in Mizoguchi: ma nel cinema classico essi erano inseriti in un discorso ottimistico e in una raccontostruttura etica definita, dove erano chiari i confini tra bene e male, all’interno di quel concetto di armonia che – secondo Dario Tomasi – è uno dei cardini della cultura giapponese. Nel film di Oshima abbiamo invece una violenza gratuita, non priva di venature sadiche, registrata dalla mdp con uno sguardo neutro e quasi documentaristico, senza reazioni morali o risposte consolatorie, come un dato oggettivo o biologico che viene osservato con occhio clinico. Si pensi soltanto al finale del film, all’inquadratura fredda, priva di commenti, dei corpi senza vita dei due ragazzi. Nella prospettiva di Oshima non c’è redenzione: questo è il carattere crudele della nuova gioventù giapponese.
E’ chiara poi la dimensione politica sottesa al discorso del film. Il regista non può ancora – per ragioni di censura – esplicitare il legame tra la violenza del film e la struttura della società: ma è un collegamento che scorre sotto traccia, ad esempio nella sequenza in cui – in modo apparentemente casuale – viene ripresa la manifestazione di contestazione studentesca.
Per quanto riguarda lo stile, in Racconto crudele si avverte una grande volontà di rottura rispetto al linguaggio dei “padri” del cinema giapponese, che si manifesta, in primo luogo, in una sorta di precarietà della messa in scena, in un’apparente impronta di improvvisazione che si contrappone, idealmente, alla perfezione formale dei vecchi maestri: basti notare l’oscurità della fotografia, l’uso della camera a mano, le riprese fatte per strada o in ambienti dimessi. La ricerca di novità si traduce, in secondo luogo, in una espressività molto marcata, finalizzata al raggiungimento di una nuova vitalità ed energia rappresentativa. Prevalgono tagli decentrati e obliqui dell’inquadratura (contro l’impostazione frontale e simmetrica del cinema classico) e campi molto stretti, dove abbondano primi e primissimi piani, conseguenza di una mdp che sta molto addosso ai personaggi, quasi non ci fosse spazio attorno a loro, come se fossero prigionieri di una gabbia. Da notare, per concludere, il carattere “modernista” della colonna sonora di Riichiro Manabe che mescola jazz, rock, musica classica e dissonanze.

Bibliografia
S. ARECCO, Nagisa Oshima, La Nuova Italia, Firenze 1979
Nagisa Oshima, a cura di S. Francia di Celle, Il Castoro, Milano 2009
Racconti crudeli di gioventù: nuovo cinema giapponese degli anni 60, a cura di M. Müller e D. Tomasi, EDT, Torino 1990

Andrea Bettinelli
(Cineclub Libreria del cinema, Il ragazzo selvaggio)
https://independent.academia.edu/AndreaBettinelli

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