Ritratto di famiglia con tempesta: conversazione con Hirokazu Kore-eda

kore-edaHirokazu Kore-eda è uno dei più grandi autori contemporanei, un grande narratore di storie drammatiche con una leggerezza di tocco e un umorismo non comune. Un realizzatore di film davvero unici nel panorama del cinema di oggi. Il regista giapponese è stato in Italia per un breve tour promozionale per il lancio di Ritratto di famiglia con tempesta, presentato nella sezione Un Certain Regard allo scorso Festival di Cannes, che sarà nei cinema italiani dal 25 maggio distribuito da Tucker Film. A Milano ha potuto conversare con Paolo Mereghetti e con il pubblico dell’Anteo. Ne esce un ritratto di un regista che sa essere divertente e profondo, esattamente come i film che realizza.

In Ritratto di famiglia con tempesta c’è un protagonista insolito per il suo cinema, come mai?
Il film ha un’ambientazione nelle case popolari giapponesi che io stesso ho abitato per 20 anni, perciò è un film per molti versi autobiografico, all’interno c’è il rapporto/non rapporto con mio padre, con mia madre, con mia sorella, e ci sono molti elementi del film che riguardano i miei anni di infanzia. Ci sono episodi che provengono dalla mia vita reale o da quella di miei amici: ad esempio il romanziere Ryota è ispirato lui stesso un mio amico che si chiama Nakajima che fa il detective nella vita, a cui non ho detto nulla del film ovviamente. Un detective è un ritratto-di-famigliapersonaggio insolito nel mio cinema, ma era necessario per il tipo di racconto che volevo fare. Ma oltre a lui nel film ci sono anche alcuni riferimenti che riguardano mio padre, ad esempio i soldi che chiedeva in prestito per andare a giocare, sono episodi realmente accaduti che ho cercato di riproporre per così ricreare il mio microcosmo dell’infanzia e rimanerci per tutto il film.

Che film è Ritratto di famiglia con tempesta?
Ho cercato di ricreare una storia con personaggi che non sono riusciti a diventare quello che avrebbero voluto: il protagonista Ryota, sua mamma Yoshiko e l’ex moglie Kyoko hanno ormai ben chiaro il fatto che il futuro che loro desideravano inizialmente non è più qualcosa di raggiungibile. Vivono in un presente con disillusione, mi interessava ritrarre il comportamento di chi nella vita ha delle ambizioni che però poi non vengono realizzate. I protagonisti vivono in una tristezza che però riesce a convivere con il progredire della vita: Ryota non ha del tutto perso la fiducia nelle proprie capacità di romanziere, ci spera ancora così come la mamma continua a sperare che la situazione familiare del figlio possa sistemarsi. L’unico personaggio che forse si “accontenta” è il figlioletto di Ryota, che è più realista di padre e nonna, è un giocatore di baseball che non vuole diventare un campione, giocando quello che gli interessa non è fare un fuoricampo ma una semplice corsa. Il film racconta queste tre generazioni a confronto e il modo in cui esse si rapportano alla realtà.

Perchè in questi ultimi anni c’è la famiglia al centro dei suo film?
Il film è pieno di elementi autobiografici come dicevo prima, ad esempio la scena dell’incenso è una scena che deriva da un atto mio, che ho father-e-sonrealmente fatto io dopo la morte di mio padre: al crematorio quando c’è stata la raccolta delle ossa, dopo la cremazione, per noi giapponesi è un momento molto importante e ho voluto ricrearlo con il gesto che fa il protagonista del film. È un reale avvicinamento al padre, capisco che è una scena molto giapponese che forse non arriva a tutti gli occidentali ma per noi vuol dire molto. Poi devo dire che poco dopo la morte di mio padre sono diventato padre a mia volta, e soprattutto negli ultimi anni la mia esistenza è un po’ cambiata in quanto padre. Sono forse cresciuto e non so come ho cominciato a pensare di più a mio padre, inizialmente mi era più distante ma ora mi sto avvicinando di più, ora sto vedendo la sua aurea in modo più chiaro, e ho anche iniziato a domandarmi se come figlio fossi stato davvero all’altezza delle sue aspettative. Queste esperienze di vita mi hanno fatto nascere un sentimento forte che ho voluto riversare nei miei ultimi lavori incentrati sulla famiglia.

Come prende forma un suo film?
Per me è molto importante riflettere attentamente su fatti reali, ad esempio Father and Son nasce da un fatto di cronaca, uno scambio di bambini alla nascita, e da questo episodio reale io mi sono interrogato se il rapporto genitori-figli dipende più da un fatto di sangue o dal tempo trascorso insieme. Credo sia importante partire dalla realtà quando lavoro a un film, poi non so bene quale strada prenderà la storia ma parto da qualcosa che è realmente successo. Anche per questo ultimo film ho svolto varie ricerche, si basa moltissimo non solo sulla mia esperienza di vita reale ma anche su quella di altre persone. Prima delle riprese ho voluto intervistare diverse donne divorziate che non ricevevano gli alimenti dall’ex marito: parlando con loro parole vedevo i segni di una qualche forma di amore che in qualche modo era sopravvissuto nonostante il divorzio.
Poi, a mano a mano che scrivo la sceneggiatura, scopro nuovi aspetti che non avevo pianificato: comincio a pensare ai personaggi e a come posslittle-sister8o giustificare la loro presenza all’interno di determinate di situazioni. L’obiettivo non mi è chiaro all’inizio, strada facendo a volte mi sembra di capire quale possa essere il punto di arrivo, altre volte invece qualcosa che mi sembrava chiaro poi svanisce. Ed è per questo che spesso quando sono sul set mi sento non arrivato. Cerco quindi sempre di capire come ottenere qualcosa di buono da questa condizione di incertezza, come sfruttarla in positivo per il film. Credo che in generale nel cinema ci siano cose non riesco ancora a capire, è vero che faccio questo lavoro da vent’anni e per fortuna ora riesco a fare i film che voglio ma ci sono molti aspetti ancora irrazionali in questo lavoro, la bellezza, la grandezza del cinema sta proprio in questo, c’è sempre qualcosa da imparare, da cercare di capire.

A questo proposito il suo è un cinema che preferisce fare domande invece che dare risposte?
I miei sono film sospesi come la vita, piace che ci possa essere un riflesso dello spettatore mentre guarda questo o altri miei film, mi auguro che possa dare un proprio finale al film, che possa domandarsi cosa succede ai personaggi dopo la fine. Credo che l’esistenza dei miei personaggi continui dopo il film, mi piacerebbe che il pubblico possa creare la propria continuazione in base alle risposte che la sua esistenza gli abbia fatto conoscere. Io penso che il regista propone tramite un film un processo del proprio pensiero e lo spettatore che lo guarda può unirsi con la “filosofia” del regista per un istante, ma poi deve continuare con la propria testa per la sua strada, per il proprio percorso.

Una cosa interessante del suo cinema, è il non detto dei personaggi.
Credo sia una caratteristica insita a noi giapponesi, spesso ci teniamo le cose per noi, abbiamo difficoltà a esprimere alcune cose. E invece spesso quando ci si esprime a parole, spesso e volentieri quello che diciamo può essere una bugia. Anche nel film, sentiamo spesso il protagonista accampare scuse, dire piccole bugie, tutto questo perché non esprime quello che pensa realmente. Quando scrivo una sceneggiatura, tengo molto in considerazione questo aspetto dell’essere umano. E sono convinto che descrivere, ritrarre qualcuno che non dice le cose che pensa realmente sia l’approccio più realistico, perché è quello che si riproduce più spesso nella vita quotidiana. hirokazu_kore-eda

Che ruolo ha la musica e il suono generale nel suo cinema?
Cerco di evitare l’utilizzo della musica per amplificare e potenziare le emozioni dei personaggi, io inserisco la musica spesso come intervallo tra una scena e l’altra, spesso di passaggio e quasi sempre evito una sovrapposizione tra le parole degli attori e la musica. I sentimenti non si amplificano secondo me aggiungendo della musica. È più importante nel mio cinema lavorare con il suono naturale, l’acustica della vita quotidiana è una cosa che mi piace moltissimo, il cibo che si mangia, il futon mentre viene steso sul pavimento, il suono dell’acqua che riempie la vasca da bagno. Il suono dà un effetto tridimensionale alla struttura del film. Non mi piace invece uno scontro tra elementi acustici.

Chi sono i suoi maestri?
Spesso vengo accostato a Yasujiro Ozu, è un grande onore questo accostamento ma io non realizzo delle opere così enormi, irraggiungibili come ritengo siano i film di Ozu. Devo dire che mi sento lontano da lui, il mio punto di riferimento è invece Mikio Naruse, che è un regista della stessa generazione di Ozu ma quel che mi piace davvero del suo cinema è la narrazione umana, la descrizione umana di questi uomini trasandati, che si lasciano anche andare ma che rimangono umanissimi. Naruse è fonte di ispirazione costante e di ricerca, oltre ad essere un regista di un cinema che realmente mi piace moltissimo.

 a cura di Claudio Casazza

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