Sentieri veneziani: 4-7 settembre

a-bigger-splashAspettando Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio, non entusiasma L’attesa di Piero Messina, scuola Sorrentino e prodotto da Indigo, che firma un’opera prima comunque coraggiosa, che impone già uno stile, un’idea visiva che potrà ricordare i suoi maestri – come ha dichiarato lo stesso regista, citando non solo Sorrentino ma anche Bergman e Sokurov – ma che avrà tempo di trovare una strada autonoma. Ambientato in Sicilia e con una Juliette Binoche ben diretta, Messina costruisce un misterioso rapporto a due (che fa eco lontana a Sils Maria) con qualche fragilità in sceneggiatura. Eccessivi invece i fischi per Guadagnino, che pecca forse di estetismo, i cui cambi di registro nel suo A Bigger Splash, remake (tradito) de La piscina di Deray (film del ’69), possono disorientare, con un finale discutibile ma che forse non andrebbe liquidato con spocchia (con la farsa di Guzzanti). Il film ha certamente il merito di osare l’adozione di un linguaggio cinematografico lontano dagli stereotipi e vanta, come sempre nei film di Guadagnino, un cast internazionale, dalla musa Tilda Swinton a Ralph Finnes. Tante le critiche, dicevamo, con il sospetto forte di un preconcetto nei confronti dei film italiani. La solita fretta di sentenziare dopo ogni proiezione, non sempre portano lucide considerazioni.
In generale il concorso per adesso ha emozionato poco, se si escludono L’hermnie di Christian Vincent, che speriamo di vedere presto nelle sale italiane; il film-inchiesta di Amos Gitai, che con il suo francofoniaclassico stile asciutto firma con Rabin, the Last Day un’opera necessaria, in bilico tra documentario e fiction, e che ha il merito dopo vent’anni di fare più chiarezza sull’omicidio del premier israeliano di quanta ne abbiano fatta le indagini che seguirono; mentre non ci sono parole che non sconfinino in banale retorica per raccontare ciò che l’occhio deve guardare: stiamo parlando di Francofonia, del solito immenso Aleksandr Sokurov. Ancora una volta l’arte è al centro del racconto del regista di Arca Russa (percorso fantastico in piano sequenza all’interno dell’Hermitage e nella “vita” delle opere esposte): il fuoco questa volta è il Louvre durante la seconda guerra mondiale. In una sinfonia di immagini (ma che impatto la colonna sonora!), nella determinazione di due uomini – il tedesco Metternich e il direttore dell’”Arca francese” Jacques Jaujard, posizionati su campi di battaglia opposti – a salvaguardare il patrimonio artistico del museo, Sokurov racconta la sua idea di bellezza, sublimando l’essenza della cultura europea in contrapposizione con le bestiali devastazioni della guerra. Un film attuale oltre ogni modo e che si candida al Leone d’Oro, che ricordiamo già assegnato al regista quattro anni fa per Faust.

da Venezia, Vera Mandusich

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