SPECIALE Senza lasciare traccia

senzalasciareMy Abandonment è il romanzo di Peter Rock ispirato a una vicenda accaduta tempo fa in Oregon. Un veterano e la figlia appena adolescente vengono ritrovati nei boschi di Forest Park, alle porte della città di Portland, dopo quattro anni di cattività. Trasferiti in una fattoria dagli agenti dei servizi sociali, la coppia scompare poco dopo senza lasciare traccia.
Debra Granik è una regista con un debole per personaggi che vivono ai margini della società, lo ha ampiamente dimostrato nei due magnifici film che precedono Senza lasciare traccia, ovvero Down to the Bone Un gelido inverno (il secondo, distribuito in Italia, consacrò definitivamente una diciannovenne Jennifer Lawrence). Anche stavolta Granik azzecca la storia giusta e la accorda nel rispetto di uno stile asciutto, azzerando quasi completamente i conflitti tra i protagonisti e spingendo sull’introspezione senza peraltro eccedere in dialoghi, perché Will (Ben Foster) e la figlia Tom (Thomasin McKenzie) parlano poco tra di loro ma si capiscono bene, sono quasi simbiotici, si prendono cura uno dell’altra. La loro routine è la permanenza nei boschi (non parlerei di sopravvivenza). Lui le ha impartito insegnamenti pratici – vivere con poco e senza un tetto solido – e teorici, compreso tutto ciò che si apprende a scuola. Will però non ha scelto la natura selvaggia come stile di vita senzacontrocorrente, come il Capitan Fantastic di Viggo Mortensen; Will è un uomo in fuga dagli incubi della guerra, è affetto da stress post-traumatico, la società (non solo quella immorale del consumismo sfrenato) è una prigione soffocante, per questo preferisce il silenzio dell’isolamento, mimetizzato fino a scomparire tra alberi secolari. Tom, senza più la madre deceduta da tempo, ha sposato la causa del padre, ne ha comprese le ragioni.
Senza lasciare traccia si configura la cronaca di un sodalizio che ad un certo punto viene minato dal tempo, quello della crescita (l’adolescenza di Tom) e quello stagnante che blocca in un eterno presente (i fantasmi di Will). Non fraintendete, il film non consuma l’ennesimo conflitto generazionale traslato su territori da cinema di avventura. Piuttosto la regista riesce a raccontare con delicatezza due individui alle prese con istanze che a un certo punto non coincidono più: da una parte Will, incapace di uscire dalla clandestinità che gli garantisce (in apparenza) la sopravvivenza psicologica; dall’altra Tom, naturalmente portata alla scoperta della vita attraverso le relazioni. Privo di scene madri, il racconto procede sottovoce, lasciando ai piccoli gesti, agli sguardi, alla gentilezza di una motivazione ben espressa, il compito di segnare la progressiva ma inevitabile distanza tra i bisogni di padre e figlia. Nemmeno le istituzioni sono davvero antagoniste: la regista con intelligenza evita di ricorrere alla solita immagine, usurata, del funzionario aggressivo, poiché possa emergere con più forza l’irrequietezza di Will, che non fugge da una prigione ma da un contesto di normalità che sente però minaccioso.
My AbandonmentMa che il paradiso autarchico di Will sia ormai perduto si capisce nel terzo atto del film, quando dopo un infortunio che stava per ucciderlo, l’uomo e la figlia sono accolti in una comunità che vive nella foresta di Squaw Mountain in case-mobili. Si apre per Tom la possibilità di una via di mezzo ragionevole tra i confort della città e il precario equilibrio wilderness. A quel punto si ribaltano i ruoli, lei si fa donna nel riconoscere un suo ideale spazio di vita e un obiettivo che per la prima volta non è mediato dal padre, lui si rimpicciolisce allo specchio e al netto di una sindrome invincibile: così Tom diventa madre del padre e con tenacia matura risponde agli interrogativi che pongono le loro esistenze.
Henry David Thoreau è dietro l’angolo, sembra ispirare i solidali di Squaw Mountain, ma non c’è mai in Senza lasciare traccia la fuga verso una coincidenza ideologica uomo-natura, neanche in senso politico. Il discorso è tutto sulla necessità, dove la natura, seppur minacciata dall’antropizzazione selvaggia, diventa unico riparo, e neanche così sicuro, dalle atrocità umane. Qualcosa in questo film ambientato nelle lande dell’Est America rinvia al mito dell’Ovest, ma negandolo per impraticabilità, laddove sembra ormai definitivamente messa in discussione la facoltà di potersi spostare per abitare liberamente luoghi lontani dalle moderne società organizzate.

Alessandro Leone

Nella natura selvaggia

È possibile vivere una vita (due vite) senza lasciare tracce? Will e Tom provano a farlo. Sono padre e figlia, e la loro casa è Forest Park, una riserva boschiva appena fuori Portland. Will è un reduce di guerra, lo sappiamo dagli elicotteri che gli volano nella testa durante gli incubi notturni; la madre di Tom è morta anni prima, ma è esistita, perché il suo colore preferito era il giallo (lo stesso di Tom), e a Tom tanto basta. Il loro piccolo accampamento non resta mai nello stesso luogosltr troppo a lungo, perché il rischio di essere scoperti è alto, e non si può vivere sul suolo dello Stato. Ogni tanto si spingono in città per fare provviste, ogni tanto la città si spinge da loro: in una di queste occasioni vengono visti; la polizia li cerca, li trova; la macchina assimilatrice della civiltà occidentale si mette in moto.
Otto anni dopo Un gelido inverno, Debra Granik torna a esplorare le profondità d’America e le superfici dell’animo umano. E viceversa. Perché Leave No Trace è un film asciutto, che sulla pelle, nei volti e negli sguardi dei due protagonisti trova la sua principale cifra espressiva: il mento tremante di Tom e le lacrime di suo padre non si dimenticano facilmente, così come accadde nel 2010 con una già intensissima Jennifer Lawrence. Ma patire i sentimenti a fior di pelle non è sinonimo di superficialità, e Granik sa dimostrarlo, riuscendo a dare spessore emotivo ai suoi protagonisti.
Ancora, come nel 2010, la connessione col mondo naturale è imprescindibile, e di nuovo superficialità e profondità sono due chiavi di lettura per accedere al film. C’è la terra che vediamo, la scorza sulla quale si cammina, si fugge o si resta: ed è un verde gigantesco, pervasivo, quello che nella prima parte immerge e sommerge i due protagonisti; che dagli oblò della teleferica dondolante li accompagna in città, incuneandosi tra le case di Portland. È la foresta insomma, compressa poi in bidimensionalità nella gigantografia alle spalle di Will (435 domande poste da un computer lo separano dalla speranza di poter restare con sua figlia), e successivamente decompressa e decomposta negli abeti coltivati, potati, segati e legati per diventare alberi di Natale. Ma questa terra per i personaggi di Granik non è mai contorno: il rapporto con la natura è leave-no-trace-coversempre un rapporto organico, empatico. Il paesaggio (o meglio: il territorio vissuto) è uno specchio dolente, proiezione di uno stato dell’anima e di una condizione vitale. Anche in Un gelido inverno c’erano i boschi, ma rachitici e spettrali, così come i cumuli di macerie che circondavano la giovane Ree, ingoiata da un Missouri desolato.
E poi ci sono gli animali, ancora una volta (allora erano cani scoiattoli pulcini). Insieme alla musica gli animali rappresentano l’unica tregua possibile nella perpetua lotta dell’esistenza. Sembra infatti che cavallucci marini, conigli, cavalli, api e cani sappiano, a differenza degli uomini, parlare di amore, di fiducia e di un’empatia possibile; sembrano essere i soli a conoscere il senso profondo delle cose, la direzione giusta da prendere, e così riescono a sollevare l’uomo dal suo dolore, attraverso i tanti momenti di comunione sparsi nel film.
Che tuttavia non bastano, per lo meno non a Will, reso inquieto e sofferente da una (sempre più cinematograficamente esplorata) sindrome da stress post traumatico. Il film è la graduale scoperta, da parte di Tom (e di noi spettatori), del dolore radicale e profondamente radicato che attanaglia suo padre. Tom vive la propria iniziazione uscendo dalla foresta, invece che entrandoci, e il suo coming of age consiste sia in una presa di coscienza che nell’affermazione delle proprie facoltà deliberative (fino a quel momento compresse dal padre): fermarsi e restare significa per lei scegliere di andare avanti guardando a una vita futura e possibile, laddove l’irrequietezza del padre è un risvolto esteriore dell’immobilismo psicologico che lo tiene prigioniero nel passato. E in fondo il trapasso di una soglia si impone quasi sempre nelle forme dolorose del distacco.
Così, gradualmente, siamo portati a domandarci se vivere nella foresta sia mai stata davvero una scelta, o non piuttosto l’unica opzione praticabile per un uomo in perpetua fuga da sé stesso. Il suo esistere al di fuori del tempo e della società è il tentativo di esistere al di fuori del proprio tempo interiore e di sopravvivere al proprio vissuto traumatico, coprendone le tracce, profonde e immedicabili, con una fuga che di tracce non ne lasci.

Ma che i segni siano quelli che lasciamo, o quelli che la vita lascia dentro di noi, in ogni caso vivere senza lasciare traccia di sé sembra impossibile (anche l’uomo che vive nella foresta accanto al campeggio raccoglie settimanalmente il suo carico di cibo appeso all’albero, e restituisce il sacco ben piegato). In una delle sequenze iniziali i due protagonisti – infagottati in abiti verdi e marroni, alberi fra gli alberi – si esercitano a nascondersi nel fondo della foresta, tra le felci: «Hai lasciato tracce ovunque», dice Will alla figlia, ma sarà proprio l’odore di lui a tradirli quando i Rangers li inseguiranno coi cani. Perché forse possiamo coprire le impronte che lasciamo per terra, ma non lavarci via l’odore di uomini.

Giulia Tiziani

Senza lasciare traccia

Regia: Debra Granik. Sceneggiatura: Debra Granik, Anne Rosellini. Fotografia: Michael McDonough. Montaggio: Jane Rizzo. Musiche: Dickon Hinchliffe. Interpreti: Ben Foster, Thomasin McKenzie, Dale Dickey, Isaiah Stone, Dana Millican, Jeff Kober, Ayanna Berkshire. Origine: Usa, 2018. Durata: 108′.

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