Si è spento Bernardo Bertolucci

I natali cinematografici glieli aveva dati Pasolini, dapprima sul set di Accattone, dove, giovanissimo, Bertolucci faceva l’aiuto regista, subito dopo regalandogli il soggetto per il lungometraggio d’esordio: La comare secca. Era il 1962, Bernardo aveva ventuno anni. Figlio di Attilio, intellettuale, critico, poeta, di padri spirituali ne ha avuti molti, in fasi diverse nella sua bertolucci_pasoliniproduzione artistica, da Pasolini, appunto, a Visconti, da Murnau e Godard e la Nouvelle Vague tutta. E, in effetti, un po’ Nouvelle Vague La comare secca lo è, per freschezza e sfacciataggine nell’utilizzo della macchina da presa, per le suggestioni cinematografiche. Prima della rivoluzionePartnerStrategia del ragno Il conformista (capolavoro ispirato a Moravia) non sono grandi successi, non lo affermano immediatamente al grande pubblico, ma la sua ricerca tematica e stilistica si precisa lentamente, come anche l’approccio ai personaggi e il suo orizzonte ideologico. Ritornano un certo esistenzialismo, la politica, il tema del viaggio e del ritorno alle origini, la relazione con la figura paterna.
Il grande successo arriva con Ultimo tango a Parigi (1972), film che sprovincializza definitivamente il regista, non solo per la presenza di Brando e Schneider, ma per l’impatto mediatico che travalica i confini nazionali. Il film diventa fenomeno di costume, l’Italietta si sente offesa da Bertolucci che sfida il senso del pudore di una società castrata dal cattolicesimo.
Sono anni in cui il suo cinema – e lo sarà anche dopo – si dichiara in quanto macchina capace di un’estetica raffinata, denso di citazioni letterarie e di teatro, così come non manca nemmeno la poesia, suo primo amore, anche nel racconto di personaggi ambigui, alienati, fuori bernardo-bertolucci_livdagli schemi del conformismo ma, tutto sommato, incapaci di anarchia autentica.
Gli anni 70 e 80 affermano Bertolucci come regista difficile da inquadrare, a proprio agio tanto in storie intimiste quanto alle prese con racconti epici e ambiziosi, da Novecento (1976), affresco del mondo contadino emiliano e racconto di lotte di classe fino alla seconda guerra mondiale, a L’ultimo imperatore (1987), kolossal che si aggiudica nove premi oscar, tra cui Miglior regia e Miglior film. Nel mezzo opere spiazzanti come il magnifico La luna, che affronta i temi dell’incesto e della droga.
Ma il cinema di Bertolucci sembra tornare costantemente alle origini, come a cercare nelle mutazione del paese i segni una civiltà ormai al tramonto e di cui non si può che accettare il declino, ovvero il mondo contadino.
La sua doppia anima si manifesterà anche nel decennio successivo, comunque visionario creatore di immagini di rara potenza visiva, farà seguire a produzioni internazionali ad alto budget (Il tè nel deserto Piccolo Buddha) film piccoli come Io ballo da sola e il bellissimo L’assedio, per tornare poi alle atmosfere francese di The Dreamers, dove eros e politica si confondono con una cinefilia nostalgica.
Qualcuno, dopo i primi tre film, gli aveva consigliato di lasciar perdere il cinema e tornare al suo primo amore, la poesia. Bertolucci caparbiamente ha fatto del suo cinema poesia visiva.

A. L.

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