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SPECIALE Sils Maria

Sils-Maria-d-Olivier-AssayasEngadina. Il villaggio di Sils Maria. St. Moritz non è lontana. In questi luoghi Friedrich Nietzsche ebbe la visione dell’eterno ritorno. Stagionalmente, all’inizio dell’autunno, a ritornare è il “serpente” del Maloja. Con un po’ di fortuna lo si può ammirare mentre striscia tra le vette e si insinua appena al di sopra della valle. Un corpo di nubi che si fa spettacolo per gli occhi e ti fa viandante sul mare di nebbia. Sublime.
Quante volte si sarà affacciato Arnold Fanck, pioniere della fotografia di montagna, prima di afferrarlo con la sua macchina da presa nel 1924: Cloud Phenomena of Maloja. Dio benedica Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=6q7ajUD099I

A Sils Maria il commediografo e regista Wilhelm Melchior ha scritto Maloja Snake, una commedia con finale tragico costruita sulla relazione tra due donne, la ventenne Sigrid e la quarantenne Helena, quest’ultima spinta al suicidio dalla giovane e sfrontata Sigrid. Due nature a confronto, due età diverse. In mezzo traballa un amore misurato in modi diversi nei due corpi femminili.
Son passati più di vent’anni da quando Melchior ha messo in scena la commedia, chiedendo a Maria Enders (Juliette Binoche) di interpretare Sigrid, prima a teatro e successivamente davanti alla macchina da presa. Proprio mentre Maria si appresta a incontrare Wilhelm in occasione dell’assegnazione di un premio alla carriera, arriva la notizia della sua morte. Turbata, Maria riceve l’offerta di un promettente regista teatrale di  ritornare su Maloja Snake per vestire, questa volta, il ruolo di Helena. La sua assistente Valentine (Kristen Stewart) la convince ad accettare la parte. Insieme si recano a Sils Maria per studiare il testo e impadronirsi di Helena, personaggio con cui l’attrice non riesce a dialogare.

Con accuratezza Olivier Assayas compone in tre atti un apparato di specchi complesso, in cui la scrittura straordinaria scava nell’anima di sils-maria-olivier-assayasMaria e della sua assistente Valentine, proiettate nel testo di Melchior e, al tempo stesso, proiettanti nel testo le loro diverse personalità. Il cinema di Assayas (già fine critico cinematografico) si compie costantemente nello splendido lavoro di cesello sui personaggi, soprattutto femminili – da Clean a Qualcosa nell’aria, dove pure era prevalente lo sguardo del protagonista maschile. Così come fu per Bergman (che Assayas incontrò per una lunga intervista, pubblicata in Italia da Lindau, Conversazione con Ingmar Bergman), il racconto si sviluppa lungo le traiettorie di dialoghi che dietro apparente naturalezza fanno emergere improvvisamente scenari emotivi sorprendenti.
Assayas mette Maria sul baratro maestoso del suo tempo passato e, seppur all’apice della carriera, ormai attrice matura, il confronto con tre ventenni (più o meno) lavora dentro e fa emergere un disagio esistenziale che contiene già i prodromi delle incertezze di mezza età, legate alle trasformazioni del corpo. Il primo confronto è con Jo-Ann (Chloë Grace Moretz), stella nascente che arriva dai successi dei cinefumettoni e che riempie i giornali scandalistici, ma che a teatro interpreterà Sigrid, sostituendo nel ruolo proprio Maria; il secondo confronto è con l’inseparabile Valentine, che a sua volta diventa Sigrid nella casa che fu di Melchior a Sils; il terzo infine è con la Sigrid che Maria si porta dentro: una giovinezza rantolante, tempo andato che seduce ancora nonostante la Enders non abbia nulla da rimpiangere. Eppure l’incompatibilità con il personaggio di Helena trova origine nel legame ancora forte con ciò che Sigrid rappresenta e che ancora abita il corpo abbondantemente sopra la quarantina di Maria: era solo ieri, quando i turbamenti dell’età irripetibile, in cui ogni costruzione è possibile, portavano con sé l’inquieto vivere tra speranze, angosce per l’ignoto, il terrore dell’inadeguatezza e, spesso, un cinismo autodifensivo. Come Sigrid, vampirica aggressiva che gioca con l’amore di Helena. Meno Valentine, che invece si muove in cerchio intorno a Maria, provocandola con punti di vista schietti e “giovanili” sui due personaggi della pièce.
Se nel primo atto del film, Valentine convince Maria a raccogliere l’opportunità offertale, prefigurando però le fragilità psicologiche che ne SIls-Mariamineranno l’equilibrio, il secondo atto che inizia con il trasferimento nella casa a Sils si trasforma in una camera di specchi (con echi Mankiewicziani, Eva contro Eva). I dialoghi tra le due donne mescolano teatro e vita, fino ad abolirne i confini in un gioco dall’esito incerto che mette al centro lo spettatore. E mentre Maria cerca in rete le tracce grottesche di Jo-Ann, anzi del suo avatar pubblico (che ha poi attinenze con il personaggio pubblico Kristen Stewart), Valentine elabora la sua teoria dell’eterno ritorno (della giovinezza) facendosi (per Maria) corpo desiderato, seducente, spettacolare, arcano.
Così mentre le lunghe passeggiate in uno spazio a tratti metafisico avvicinano Maria/Helena a Valentine/Sigrid, il detto lascia il posto all’alluso, il visibile all’invisibile. Assayas si guarda bene dal didascalismo e lascia il film alle espressioni di Bionoche e Stewart. Il serpente del Maloja seduce e invita al peccato nel cuore del paradiso alpino dell’Engadina, ma nulla avviene se non l’elaborazione del passaggio del tempo e la scomparsa improvvisa di Valentine, violenta perché inaspettata. A ben vedere un’espulsione coatta e dolorosa dall’immaginario di Maria piena di grazia, sola in montagna dopo la catarsi. E come brucia il finale, quando il teatro si prende interamente la vita, per sfidarla in una messa in scena che dovrà stabilire una volta per tutte, se e quanto l’arte sia giusta o ingiusta nel trasformare la rappresentazione della vita in superficie riflettente.

Alessandro Leone

Creare e disfare, dire e non dire, lasciare un velo di mistero senza enigmi da risolvere, solo una vaga imprecisione ed il continuo fiato sospeso tra il disequilibrio mentale di una donna insicura che affronta una vera e propria crisi di identità (non di mezz’età, è ben diverso: cambia la percezione di se stessa, della sua essenza, non prende mai coscienza di “essere invecchiata”, “Hai 40 anni, non puoi più essere Sigrid!”, “Io sono Sigrid e voglio rimanere Sigrid”).
Vent’anni dopo il debutto in Maloja Snake, dove impersonava la ventenne approfittatrice che fece innamorare la sua capa Helen, devastandola una volta avuto tutto ciò a cui ambiva, Maria si ritrova nel capolavoro di un uomo affascinante e autore geniale che l’ha formata come attrice e l’ha “abbandonata”, suicidandosi sulle montagne dell’Engadina, lasciandola nelle mani di un regista emergente che vede in Maria l’unica possibile interprete di Helen, il ruolo antagonista a quello da lei interpretato anni prima.
In continuo conflitto interiore, consapevole di non poter essere entrambe le figure, ora è solo Helen, la vecchia sfruttata.kristen_stewart_sils_maria
Maria aveva visto con gli occhi di Sigrid fino a quel momento, gli occhi “puri e innocenti” dei 20 anni, e da lì un disturbo nascente, la sensazione di poter essere o una o l’altra senza rendersi conto della coesistenza di una e dell’altra, di una che entra a far parte dell’altra, come il serprente del Maloja che si insinua tra le montagne ad una velocità travolgente, senza lasciare il tempo di accorgersene.

Non importa chi sarà la ventenne che la dovrà sedurre, lei non è innamorata di quella figura, lei è innamorata di se stessa, quella di vent’anni prima però. La nuova Sigrid è Jo-Ann, la ragazza-scandalo di Hollywood, così distante dalla profondità interiore di Maria da non essere credibile.
Gran lavoro di Assayas, anche qui, nel dipingere la leggerezza con cui Maria cerca la ragazzina su Google prima di andare a letto, le sue gelosissime risate isteriche con l’assistente Valentine che invece apprezza l’attricetta. Esiste solo lei, Juliette Binoche, anche come attrice in scena, nonostante l’ottima interpretazione della Stewart che poi se ne va sparendo dalla scena per sempre lasciando amarezza nell’aria fredda delle Alpi Svizzere (scelta particolare, coup de théatre di difficile interpretazione), il lavoro svolto dalla Binoche è di grande maestria.
Drammatica, nauseante, quest’opera danneggia lo spettatore, che è travolto dalla natura grandiosa e invincibile di panorami vivi e semplici, in parallelo con la vita, un’esperienza che compiamo sulla Terra, ognuno a suo modo, ognuno col suo punto di vista, ma tutti attraversiamo stadi di esistenza che sembrano non appartenerci, ma che sono lì per essere (in)compresi e per destabilizzarci, perché così vuole la natura, così vuole la vita.
Esci dalla sala e ancora vedi quegli occhi stupendi, contemplanti, sognanti, viaggianti, e li vedi per una buona mezz’ora.
Questa è magia. Questo è Assayas.
Camilla Turchetti

Sils Maria

Regia e sceneggiatura: Olivier Assayas. Fotografia: Yorick Le Saux. Montaggio: Marion Monnier. Interpreti: Juliette Binoche, Kristen Stewart, Chloë Grace Moretz, Lars Eidinger, Angela Winkler. Origine: Svizzera/Germania/Francia, 2014. Durata: 124′.

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