Sing

Sing-2016La prima volta, qualche mese fa, Zootropolis ci aveva divertiti parecchio. Poi, poco tempo dopo, era arrivato Pets, e sì, un sorriso ce lo aveva strappato.
Ma ora l’uscita in sala di Sing (degli stessi produttori di Pets) ci trova già un po’ annoiati e fors’anco un po’ prevenuti. Per giunta l’inizio del film non aiuta a ben disporre: dopo un furto ad opera di una banda di gorilla, una velocissima macchina da presa insegue l’auto dei ladri per le vie della città, e, nel corso della fuga rocambolesca, incontra come per caso i futuri protagonisti della storia, con uno zoom sulla loro vita privata. Il senso di questa scelta ci sfugge: in ultima analisi, l’inizio non fa che presupporre la storia stessa che, tradotto, significa che se non hai visto il trailer, per dieci minuti buoni e senza scopi di suspence, nonSING-Scena capisci minimamente dove il regista (Garth Jennings) voglia andare a parare. Dopo dieci minuti, finalmente, inizia la storia, la storia strappalacrime del signor Moon, un koala impresario teatrale in via di fallimento che, per risollevare le sorti del suo teatro decide di organizzare una gara di canto tra giovani talenti. Un talent show insomma. Con la sua brava preselezione, con le sue esercitazioni in sala prove, con i suoi drammi psicologici che vanno a sommarsi ai mille inconvenienti pratici, con l’esibizione finale, il trionfo, il pubblico in delirio. Ogni tanto, se non fosse che i protagonisti vanno da Meena l’elefantina a Mike il topo, ci sembrerebbe di star guardando una delle tante puntate di Amici, e ci aspettiamo solo che, da un momento all’altro, Maria de Filippi possa sbucare da dietro il sipario a presentare lo show al posto del signor Moon.
Ma non basta: oltre alla forma, del talent Sing eredita anche la morale, e da storia di talenti nascosti diventa addirittura storia di riscatto sociale. Anche se sei l’ultimo, anche se sei figlio di un carcerato o un’elefantina sovrappeso, anche se sei una casalinga frustrata o un impresario incapace, anche se il tuo teatro a un certo punto addirittura crolla e non c’è più – nonostante tutto questo, se resiste il sogno, il tuo grande sogno, allora puoi arrivare dove vuoi. Insomma, una versione per bambini di un percorso di training motivazionale condito di imperativi che, piuttosto che curare l’ansia da prestazione, forse la fanno venire. Non solo Biancaneve o Bambi sono ormai banditi per eccessiva violenza psicologica: ora bisogna addirittura curare i bambini prima che siano malati, risolvere i loro complessi adolescenziali prima che siano adolescenti, sanare le loro frustrazioni di adulti prima ancora che possano anche solo pronunciare correttamente la parola “adulto”.

E allora ci fa ancora più male l’ultima scena, la riapertura del teatro, il taglio del nastro rosso, l’omaggio esplicito e un po’ rudimentale a quel Nuovo Cinema Paradiso che ci sembra lontano anni luce e, forse, irrecuperabile. Perché sì, bisogna dirlo, se non la storia almeno i personaggi non mancano di divertire, ogni tanto di emozionare, ma è un’emozione a basso costo, quell’emozione da parco safari o da telenovela, quell’emozione usa e getta che non ti sporca troppo e che, dopo una spolveratina, non lascia più nessuna traccia.

Monica Cristini

Sing

Sceneggiatura e regia: Garth Jennings. Montaggio: Gregory Perler. Musiche: Joby Talbot. Origine: Usa, 2016. Durata: 110′.

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