SPECIALE Chiamami col tuo nome

lzdynoi6vx601Verità, tempo e poesia.
Vibrante, palpabile la realtà rappresentata nell’ultimo film di Luca Guadagnino, la storia di un amore che si insinua in ogni trama di luce, nel riverbero dell’acqua, nello splendore dell’erba. Ad accompagnare i due protagonisti il tempo fluido e scandito delle loro emozioni, dei loro corpi in movimento, di un’estate calda e vaporosa. Da qualche parte nel nord dell’Italia si esprime il gioco poetico e universale dell’incontro, del desiderio e della scoperta dell’altro.
Come nel libro di André Aciman, da cui il film è tratto, la storia racconta della liaison tra Elio Perlman (Timothée Chalamet), un ragazzo di 17 anni che legge libri, ascolta e compone musica, e Oliver (Armie Hammer), ventiquattrenne dottorando americano, bello e attraente. Elio vive con suo padre (Michael Stuhlbarg), professore di cultura Greco-Romana e la madre (Amira Casar), affascinante e pacata. Ogni estate suo padre invita uno studente a lavorare con lui e stare con la sua famiglia in una villa di campagna tappezzata d’antichità. La chiamami_col_tuo_nomerelazione tra Elio e Oliver inizia lentamente e si coagula poco a poco, il sentimento che ne scaturisce è potente e sinuoso come potenti e sinuose sono nella loro forma eternale le statue di figure maschili che il professore archeologo mostra a Oliver in una delle loro sessioni di lavoro e che “nella loro ambiguità senza tempo ti sfidano a desiderarle”. Prima di incontrarsi i loro corpi sono distanti, divisi da una porta in camere contigue, poi da un monumento attorno al quale camminano e che testimonia un evento storico importante di cui Elio sembra conoscerne i dettagli. Curioso e acculturato il giovane vuole penetrare nel tessuto profondo delle cose, questo lo spinge a voler indagare allo stesso modo l’universo dei suoi sentimenti e della sua sessualità, quella parte di realtà ancora oscura ma che ha un’importanza vitale e rappresenta quello che davvero conta. Quando i due si ritrovano uno accanto all’altro abbagliati dal sole o sfiorati dal chiaro di luna, si assaporano sedotti dal calore delle loro emozioni, provano la stessa naturale piacevolezza vissuta immergendosi nell’acqua limpida del fiume o mangiando un frutto succulento appena raccolto.
chiamamiGuadagnino sa bene che l’immagine al cinema non è solo il riflesso di un’azione che si svolge altrove in un tempo diverso, ma luce che accarezza e penetra la pelle dello spettatore, ombre che dilatano figure e sublimano la visione, suoni vividi che si ancorano al silenzio della parola non espressa. La macchina da presa fluttua discreta tra gli interni della casa dove Elio gironzola, si ferma, riflette, elabora i suoi pensieri, suona il pianoforte; e ancora inquadra gli esterni lussureggianti che avvolgono in uno spazio di beatitudine gli animi spensierati di chi li vive. Le scelte visuali del regista si intrecciano ai sentimenti espressi dagli occhi del protagonista, che con il suo volto in primo piano ammette l’incursione fugace di quell’amore estivo, sceglie di abbandonarvisi, accoglierlo e tristemente ne subisce la fine.
(Avvertenza per il lettore: ciò che segue si riferisce esplicitamente al finale del film)
Ormai è inverno e al verde lucente dei paesaggi si è sostituito il bianco ovattato della neve che ricopre gli alberi, è solo. Nell’ultima scena, in un languido long take, il protagonista piange davanti la cinepresa e volge lo sguardo dritto in camera. Elio si sente lacerato e contempla i ricordi di quell’amore che si materializzano davanti ai suoi occhi, poi la madre lo chiama e allora lui si rianima e ci guarda, ci mostra il suo dolore, vuole che laceri anche noi per ricordarci che “non provare niente per non sentire niente, è uno spreco”.

Jenny Rosmini

Appena prima dell’amore
Bisognerebbe non dare troppa importanza alle dichiarazioni d’amore di Guadagnino, o a lui attribuite: Bertolucci, Rohmer, Truffaut, Visconti, Ivory. Piuttosto, dopo Chiamami col tuo nome, bisognerebbe semplicemente parlare del cinema di Guadagnino, giunto a maturità, e che dunque, finalmente solido nell’impianto narrativo, percorre una strada che ha ormai chiamami-col-tuo-nome-piscinaguadato il problema dell’omaggio ai maestri. Dichiaratamente low budget, pur ricostruendo gli anni ’80, e orfano della musa Tilda Swinton, l’ultimo film gode di una libertà creativa che trova naturale coincidenza con il suo gusto estetico.
Nonostante cadute di tono che ne spezzano il racconto in rima (vedi il dialogo di grottesca politica messo in bocca ad una coppia che pare puro terrorismo in una trama che vorrebbe essere poetica, o ancora la politica attraverso l’inutile satira televisiva), Chiamami col tuo nome resiste alle sporcature fuori contesto, provocatorie, volute, per ingaggiare (e di questo mi sto convincendo) un gioco di sfottò con la critica italiana. Siamo nel 1983, d’accordo: è l’Italietta craxiana e del pentapartito, ancora ferita dagli anni di piombo e per nulla emancipata; ma soprattutto siamo a un isolato dalla ferocia con cui l’HIV si imporrà come malattia di “tossici e froci”.
Raccogliendo la sostanza del romanzo di Aciman, ebreo egiziano di famiglia colta, Guadagnino, supportato da James Ivory, evita questa volta le trappole degli asfittici ambienti altoborghesi per camminare con schietta partecipazione fianco a fianco al suo protagonista (straordinario Timothée Chalamet). Opera apparentemente meno ambiziosa di A Bigger Splash o Io sono l’amore, Chiamami col tuo nome ha la spontaneità di un quadro impressionista che si diverte a mascherare la scienza che lo precede. Echi di una Partie de campagne. La bozza di un bruciante amour fou diventa presto guadagnino_chiammamiun’educazione sentimentale che passa dal turbamento, alla scoperta del corpo come luogo dell’eros, al rispecchiamento con l’altro, fino al narcisistico scambio dei nomi. Un percorso che non è disgiunto dai luoghi in cui la passione di Elio per Oliver sboccia: la villa con piscina da terme romane e i paesaggi del cremasco fotografati con incanto da Sayombhu Mukdeeprom, già a servizio di Apichatpong Weerasethakul (per l’onirico Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti). L’amore si amplifica e si confonde con la luce estiva accesa sul corpo di Oliver, seduttore perfetto, inquadrato spesso dal sotto in sù, doppiando lo sguardo desideroso di Elio con l’occhio del regista ammirato (che a volte infastidisce), riferimento esplicito alle immagini dei bronzi d’epoca classico-ellenica che aprono il film. Tracce de L’age d’or affiorano in villa (e stona quel riferimento inutile alla morte di Buñuel proprio in quei giorni di luglio). Il desiderio consuma, l’amore idealizza e si illude che esista una bellezza eterna. Avvicinarla dopo averla sognata nell’illusione fugace della masturbazione – Elio che fa sesso con Marzia nella mansarda non gode così tanto come quando eiacula eccitandosi con una pesca senza nocciolo nella stessa mansarda (al limite del trash) – può essere esperienza altrettanto fugace. Sarà per questo che Oliver tormenta i suoi ospiti ripetendo “later” (che rende di più che non la traduzione italiana dopo): later, in attesa di un momento che potrebbe anche non arrivare mai, rimanere felice immaginazione, non svilita nell’esperienza che brucia e lascia cenere.
E intorno alle ceneri o, viceversa, al ricordo prezioso di una passione seppure fugace si incunea in Elio il monologo sorprendente del padre nel prefinale, uno dei momenti più riusciti del film, trasmissione di saperi e chiusura di un cerchio che si apre con l’arrivo di Oliver invitato dal professore. Parole per un figlio che ama un uomo, e che non tardano a dichiarare il rimpianto per un età in cui la paura dovrebbe lasciare spazio alla gioia dell’abbandono pulsionale, delicato, accompagnato dal mondo (i genitori che di grazia non inorridiscono ma agevolano).

Guadagnino è lontano dalle tensioni disperate di Téchiné. Nonostante le simbologie visive talvolta eccedano in ridondanza, come certi gesti, a tratti alcuni dialoghi (preoccupato forse di non essere capito dal pubblico?), il film cerca e a volte trova la freschezza di un ruscello estivo e il mistero del mare nostrum. Come l’adolescenza.

Alessandro Leone

Chiamami col tuo nome

Regia: Luca Guadagnino. Sceneggiatura: James Ivory, Luca Guadagnino. Fotografia: Sayombhu Mukdeeprom. Montaggio: Walter Fasano. Interpreti: Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel, Victoire Du Bois. Origine: Italia/Francia/Brasile/USA, 2017. Durata: 130′.

Commenti

commenti