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SPECIALE Leviathan

Il Leviatano del titolo, e anche della locandina, è il più noto libro di Hobbes, pubblicato verso la metà del diciassettesimo secolo in Inghilterra, e leviatano_hobbesconcernente la nascita della civitas organizzata, dello Stato che, come una grande creatura degli abissi, appunto il Leviatano, protegge i suoi cittadini in cambio di una piccola parte della loro libertà. Dalla bellum omnium contra omnia, lo stato di anarchia dove l’uomo è barbaro, brutale e incattivito, alla comunità di diritto, dalla magmatica anomia delle società primitive al principio romanocentrico della lex. Tutto questo lo si dice perché il film di Andrey Zvyagintsev è ambientato nell’odierna Russia post-comunista, dove per decenni il libro di riferimento è stato piuttosto L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884) di Friedrich Engels; che, al contrario di Hobbes, sostiene che il significato precipuo dello Stato borghese, o dello Stato di diritto, non sia quello di garantire protezione ai cittadini, quanto giustificare istituzionalmente, attraverso la legge scritta, l’esistenza della proprietà. Certo, sempre di Leviatano si tratta, così come lo era il mostro biblico citato in Giobbe (“Fa bollire come pentola il gorgo, fa del mare come un vaso di unguenti. Nessuno sulla terra è pari a lui, fatto per non avere paura. Lo teme ogni essere più altero; egli è il re su tutte le bestie più superbe”, 40,25-41,26), alla cui vicenda di eroe vessato dall’imperscrutabile fatum fa da specchio la vicenda tutta profana di Kolia (Aleksei Serebryakov), piccolo kulak dei giorni nostri che rischia di perdere l’appezzamento di famiglia, oltre che la propria casa, per via delle speculazioni finanziarie del perfido sindaco (Roman Madyanov). Capitano tutte a lui, povero Kolia, che prima chiede aiuto all’intraprendente avvocato moscovita Dimitri (Vladimir Vdovichenkov), amico ed ex compagno d’armi, quindi scopre che l’avvocato gli fotte la seconda moglie e che le carte scottanti che ha raccolto contro il pasciuto nemico poco o leviathan_sindaco1nulla possono fare contro i suoi tentacoli. Ancora il Leviatano, la burocrazia kafkiana con le sue formule e i rituali, una macchina che procede spietata come una ghigliottina sulla testa del poveraccio, fino a quando questi, come il Giobbe della tradizione, non perde le staffe e inveisce contro una divinità sorprendentemente priva di risposte. Eppure gli dei esistono ancora in Russia, soltanto che non sono più nascosti nei ventri privati della abitazioni, né esibiti nei mausolei del potere come il cadavere imbalsamato di Lenin, ma trasformati in scintillanti corazze a difesa dell’autorità costituita.
Leviathan è una pellicola intrinsecamente religiosa, perché è la religione del potere a fare da contraltare alla disperazione del singolo, la Chiesa ortodossa risorta come araba fenice dalle ceneri delle persecuzioni sovietiche con i suoi paramenti, i lustrini scintillanti, le passamanerie lustrate a festa dinnanzi a stupefatte congreghe domenicali. Zvyagintsev celebra l’anarchia del comando in modo non dissimile dal suo conterraneo Yuri Bikov, che in Durak – The Fool, trasforma la Russia putiniana in un’allegorica carnevalata di ubriachi dove, alla fine, si muore per davvero. Fuori campo, ma si muore. Il potere, in Leviathan, non è nemmeno questo grasso sindaco di provincia, con le mani grondanti sangue e il senso di onnipotenza a renderlo simile a un piccolo barone servile allo leviathan_2Stato, bensì la Chiesa: questa nuova nomenklatura di vescovi e lacchè prezzolati, che lavano i peccati con un colpo di spugna, che elargiscono il perdono a chi è forte coi deboli e debole coi forti, che ammansiscono, perdonano e assolvono a seconda delle convenienze e delle gerarchie. Di fronte alla disgregazione morale del comunismo, e dei suoi apparati politici, delle ramificazioni di partito e delle sue cellule capillarmente strutturate, ecco che i padroni del neoliberismo si abbeverano dal lavacro di Nostro Signore: non più il PCUS, con i bonari ritratti di leader appesi alle spoglie pareti degli uffici, le statuette di un passato glorioso, i ricordi di una rivoluzione che aveva (forse) ancora qualche ideale, ma le cappelle votive, gli oboli e i sacramenti. A quanto pare, e su questo Zvyagintsev ha la stessa asettica lucidità di un antropologo, l’umanità non può fare a meno della religione istituzionalizzata, della ritualità di quei simboli tanto incomprensibili, la freddezza di questi dei che, probabile ma non certo, magari manco esistono; e che se anche esistessero, risponderebbero a Kolia proprio come il dio ebraico aveva a suo tempo risposto a Giobbe, e cioè con un’esortazione a non domandare quel che non si può capire. Nemmeno Zvyagintsev dà risposte, limitandosi a inquadrare la sofferenza dell’uomo nella sua realtà sociale e individuale, senza ingabbiarla in preconcetti, esposizioni filosofiche, senza affondare oltre il dovuto la lama della critica politica. Di tutto questo, la lotta di Kolia/Giobbe con il Leviatano, la frantumazione della sua identità (famigliare), di civis e anthropos, la prosperità dei malvagi e dei corrotti, non resta che l’immagine più perturbante del film: un grande scheletro di balena, citazione palese a Il seme dell’uomo (1969) di Marco Ferreri, pure nella locandina, che arenato sulla spiaggia si erge come archeologico memento al nulla.

Marco Marchetti

La tentazione di esistere

Coccodrillo, «serpente guizzante», ibrido marino, in qualsiasi forma zoomorfa o antropomorfa lo si è voluto immaginare, il Leviatano ha rappresentato per millenni la più contraddittoria delle inquietudini umane, l’ambivalenza per eccellenza. Non stupisce che abbia finito per consolidarsi nell’immagine melvilliana della terribile balena bianca, inghiottitrice di imbarcazioni e marinai. Del resto, come ben osservava il politologo tedesco Carl Schmitt in Terra e mare, che cos’è la balena se non un essere stupefacente che vive come un pesce pur essendo un mammifero? un «gigante a sangue caldo, assegnato all’elemento del mare, senza che la sua struttura fisiologica ve lo destini»? La natura del leviathan_dueLeviatano rimanda inevitabilmente a qualcosa di prodigioso, pericoloso, soggiogante e, tuttavia, imprescindibile e necessario, proprio come il potere, al quale è stato spesso allegoricamente accostato. Ma di quale potere stiamo parlando? Il potere politico? il potere oligarchico- clientelistico? il potere di Dio? o qualcosa di più profondo? In realtà, il Leviatano è una sorta di emozione sui generis che partorisce vita al solo paradossale scopo di cibarsene, in un crudele eterno ritorno all’interno del quale l’uomo, non è un semplice comprimario, né la vittima innocente costretta a lottare contro forze che lo trascendono, ma è l’autore stesso della storia, carnefice di se stesso e dei propri simili.
Ciò che Andrej Zvyagintsev traduce sullo schermo con il suo Leviathan è molto di più della semplice vicenda di uno dei tanti Giobbe sparsi per il mondo, sopraffatti da un destino tenebroso e dal cinico egoismo dei politici; è molto di più dell’epopea di uno «schiumatore dei mari», alla pervicace e orgogliosa ricerca della propria Moby Dick da sconfiggere; ed è molto di più della stessa rievocazione biblico-fenicia del caos primordiale, simbolo di un nonsense esistenziale di cui Dio soltanto conosce la chiave interpretativa – «quando io ponevo le fondamenta del mondo», rimprovera Dio nella Bibbia a un Giobbe disperato, che protesta per le ingiustizie subite, «tu dov’eri?» –. Il Leviatano che Zvyagintsev disseppellisce dalle pagine dei miti antichi e dal fondo delle inquietudini ancestrali umane è la traccia di un male individuale nascosto, di una colpa che viene dall’anima, nei confronti della quale nemmeno Kolia, l’apparente vittima della storia, è immune. Lo comprende bene Roma, il figlio adolescente del protagonista, la cui protesta nei confronti del comportamento dei genitori, e di una vita che continua a sorprendere con continui colpi di scena per non cambiare mai veramente, suona da un lato come una terribile sentenza divina e dall’altro come un disincanto infantile proseguendo, in qualche modo, quella tradizione cara al cinema dell’Est, da Béla Tarr a Tarkovskij, che vuole l’occhio del fanciullo il leviathansolo capace di prendere atto degli illogici meccanismi dell’esistenza, al punto da poter talvolta rinunciare ad essa, lucidamente, contro ogni smania analitica e resistenza nostalgica. Perché la più grande e terribile lusinga che il Leviatano dimorante dentro e fuori di noi sembra indurre è proprio l’attaccamento alla vita, «la tentazione di esistere», come direbbe Emil Cioran; quel continuare a desiderare gioie periture, piaceri egoistici, che, di fatto, non fanno che alimentare il famelico ventre del mostro.
Cosa c’è di più incongruente del comportamento di Lilya che, dopo aver tradito il marito, torna da lui e, subitone lo stupro, se ne innamora di nuovo? La protesta di Roma di fronte a tale follia è spietata, fatale, insopportabile. A Lilya – similmente a quanto succede alla piccola Estike di Satantango – non resta allora che dirigersi verso il mare, metafora biblica del nulla, e perire tra i relitti vomitati dalle acque gelide dell’Artico, facendosi rottame a sua volta, scheletro di Leviatano, consapevole della propria misera condizione di vittima e carnefice al medesimo tempo.
«Tutto è colpa di tutti», sentenzia Dmitri, l’avvocato di Kolia, dopo aver tradito l’amico.
È questa l’inquietante verità che Zvyagintsev ci sbatte brutalmente in faccia: non esiste un solo leviatano, non esiste un bene e un male con cui schierarsi e, soprattutto, non esiste una morale o una legge capaci di contrastarlo, perché Dio ha immesso lo spirito del capodoglio assassino nell’intima essenza di ogni uomo, nessuno escluso, rendendolo artefice della propria miseria, pubblica o privata che sia. Persino l’amore, in questa prospettiva, sembra trasformarsi in un cinico possesso, in una violenza fisica e spirituale che rimanda ancora una volta alle parole di Cioran (in La tentazione di esistere): «Forse un giorno conoscerete (…) questa voglia di prendervi cura di un essere, di stornarlo dagli antichi appetiti, dagli antichi vizi, per imporgliene di nuovi, di nocivi, affinché a causa di questi perisca». È il lato subdolo della bontà di cui parlava Artaud nei suoi scritti deliranti, come se amare nascondesse un intimo egoismo, una fame atavica che induce l’uomo a divorare chi ama, compreso se stesso. Nessuno sfugge al Leviatano, perché il Leviatano è in noi, siamo noi. Per quanto, infatti, il film Zvyagintsev possa sembrare leviathan4propendere per un finale chiuso, e per certi versi edificante, nessun personaggio esce veramente vincitore dalla vicenda, neppure il cinico sindaco Vadim Cheleviat, il quale è destinato a vivere nel terrore, nella peggiore condizione di soggiogato – «bello vivere nel terrore, vero?», sentenziava l’androide Roy nel finale di Blade Runner, «In questo consiste essere uno schiavo» –, nell’incubo che da un momento all’altro, dall’ignoto mare dell’assurdo, un leviatano più grande possa emergere all’improvviso e inghiottirlo come lui ne ha inghiottiti di più piccoli.
Quantunque Zvyagintsev, per descrivere la corruzione della società russa contemporanea, faccia esplicito riferimento alla dottrina hobbesiana sulla commistione tra potere temporale e potere religioso, e agli amari insegnamenti biblici sulla rassegnazione e la sottomissione, insiti nell’idea dell’imperscrutabilità dei disegni divini, tali tematiche finiscono inevitabilmente per scivolare in secondo piano, conservandosi semmai in filigrana, sulle cui trame trasparenti l’uomo continua muoversi da protagonista, forte di una libertà che non delega le proprie sorti a nient’altro se non a una misera e solipsistica fedeltà alla vita.

Manuel Farina

A serious (drunken) man

Senza sovrappormi alle letture dei due contributi precedenti, che assai bene afferrano il film partendo giustamente dal titolo, può essere utile rintracciare delle connessioni con le due più significative opere di Andrey Zvyagintsev che hanno preceduto Leviathan: Il ritorno, opera prima che si aggiudicò nel 2003 uno dei più controversi Leoni d’Oro delle ultime edizioni del festival veneziano, ed Elena, vincitore nel 2011 del premioelena della giuria a Cannes nella sezione “Un Certain Regard” (forse il film più compiuto e al tempo stesso enigmatico del cineasta russo, purtroppo mai distribuito in Italia).
Come già successo nei film precedenti, il regista mette in scena una danza macabra in cui predomina l’assenza di Dio, nonostante da Il ritorno a Leviathan debordino i riferimenti veterotestamentari. La morte nell’opera di Zvyagintsev è presente a prescindere, dichiarata sempre in partenza da elementi iconici all’interno delle inquadrature o da riferimenti meta-testuali (come ad esempio in Elena). Il padre che nel primo film di Zvyagintsev arrivava dal nulla in un ritorno senza spiegazione, uomo non riconosciuto dai figli e che gli stessi figli portava via in un inspiegabile viaggio verso un’isola selvaggia, inquadrato in una delle primissime scene come il Cristo morto di Mantegna, avvolgeva di mistero il senso del vincolo parentale e della presunta necessità di una trasmissione di saperi che sin da subito si capiva non avrebbe trovato tempo e struttura. Il padre inconoscibile avrebbe piuttosto messo alla prova i figli in uno spazio senza punti di riferimento, per provarne la tenuta il_ritorno_2psicologica di fronte non tanto alla morte fisica del genitore stesso (annientamento del concetto di padre), ma alla morte simbolica di un’entità superiore a cui affidare il proprio destino, al limite una definizione del sé attraverso un confronto che tenesse vivo un retaggio culturale (il Padre).
In Elena, invece, il discorso si spostava sull’incongruenza tra bene presunto e bene “praticato” dei genitori verso i figli, nel desiderio pulsionale di assicurarne la sopravvivenza, nonostante la loro pochezza morale. La frammentazione della relazione diventava allegoria delle relazioni economiche tra individui, anche in seno alla famiglia, nucleo originale e terminale, specchio infine di una società devastata dagli egoismi e dalle palesi o subdole forme di potere (la manifestazione del Leviatano nella particella?). Zvyagintsev, nella figura spiazzante di una madre/nonna, declinava in maniera perentoria, ma senza didascaliche spiegazioni, la perturbante fisionomia di una donna disposta ad accettarsi assassina, ovvero pronta a recidere legami familiari per salvarne altri.
Il nucleo familiare dunque non è garante di certezze, ma semmai il primo strato di cute su cui rilevare i segni cancerogeni di un organismo disfatto. Ciò che emerge è la condizione umana di estrema solitudine, rimarcata da una sostanziale estraneità al mondo, anche quando tale condizione è vinta apparentemente attraverso compromessi. Un quadro che Leviathan conferma sin dal titolo, sin troppo esplicito a dire il vero, così denso di significati letterari, religiosi, filosofici, che sembrano costringere lo spettatore a letture che non trovano smentite nel narrato e che di fatto finisce per costituire il punto debole del film. Una tesi costruita e che il regista si premura di confermare, destinando Kolia alla fine ingiusta ma giustificata dall’esistenza stessa del Leviatano. Nel film il tramonto della speranza aleggia greve e stende il cupo velo su ogni il_ritorno_3passaggio del racconto, suggerendo con largo anticipo il destino della famiglia di Kolia, Giobbe senza fede e dunque orfano di un Padre a cui chiedere ragione del torto subito, isolato in un contesto a tratti surreale la cui storia, se mai storia c’è stata, pare inabissatasi nell’oceano Artico senza lasciare traccia. La prima parte del film, costruita sul piano aggressivo dell’amico avvocato – unica strada per difendersi dall’aggressione del sistema, forte della santa alleanza tra potere temporale e spirituale – semina nello spettatore il sospetto che l’attacco al mostro vivrà sull’attesa di una reazione estremamente violenta (e infatti arriva puntuale), soprattutto dopo aver scoperto la doppiezza dell’amico difensore, amante della moglie di Kolia. A quel punto la maschera grottesca del sindaco, beffardamente eccessiva, tratteggiata da un umorismo volutamente scontato, diventa secondaria, rispetto al male insidiato nell’intimità domestica. Ci si chiede cosa debba ancora difendere Kolia, così come ci si chiedeva cosa avesse da difendere il serious man dei Coen, che per altro era uomo di fede. Ma se quello domandava a Dio i motivi di una persecuzione immeritata secondo le convinzioni di un giusto, con lo spauracchio filosofico del concetto di casualità sullo sfondo di un universo caotico, Kolia tenta di opporre le ragioni del diritto alla sopraffazione del potere, accettando la sfida del Leviatano e la punizione finale, con il disfacimento totale della particella oppositiva, compreso il luogo fisico da questa abitato, sventrato da una ruspa che pare viva e diabolica (una delle più belle sequenze del film).
E se non sorprende il il risultato finale, annunciato appunto sin dall’inizio e in linea con la tesi gridata dal regista, è ancora una volta nella relazione sempre più sfilacciata tra padre e figlio, che si nasconde il dato più inquietante della parabola lugubre del film. Non siamo di fronte ad un uomo che dichiara “sono tornato e sono tuo padre”, ma “sono tuo padre e mi farò sbranare davanti ai tuoi occhi”. Il percorso orgoglioso di Kolia lo rende cieco ai bisogni del figlio arrabbiato, lo protende verso una doppia sconfitta, che puntualmente si risolve con il rifiuto del giovane Roma di leviathan_landariconoscere il genitore come guida. Tu bevi, allora bevo anch’io. E si beve continuamente, scorrono fiumi di vodka, anestetico economico che omologa le carni putrefatte dei reietti della Madre Russia; si scolano bicchierini su bicchierini, tanto da apparire persino ridicolo, se non fosse che le cose forse stanno anche peggio di come le vediamo sullo schermo.
Mentre la natura canta indifferente la maestosa immensità del creato, Roma ha ragione da vendere quando sbatte porte, prende la via della fuga, si sbronza con gli amici, sfinisce di improperi la matrigna. Sa di aver capito, e ciò che ha capito non è per nulla edificante, perché svuota il presente, sfuma i contorni del passato (e di un’appartenenza storica), non sfiora minimamente il futuro. Da questo nulla non c’è ritorno e per di più s’è persa ogni illusione di un Padre protettore.

Alessandro Leone

Leviathan

Regia: Andrey Zvyagintsev. Sceneggiatura: Oleg Negin, Andrey Zvyagintsev. Fotografia: Mikhail Krichman. Montaggio: Anna Mass. Musiche: Philip Glass. Interpreti: Aleksei Serebryakov, Roman Madyanov, Vladimir Vdovichenkov, Yelena Lyadova, Anna Ukolova. Origine: Russia, 2014. Durata: 140′.

https://www.youtube.com/watch?v=TAwf4StpFVc

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