Star Wars VIII – Gli ultimi Jedi: perché SI’ perché NO

Perché SI’

Se incontri il Buddha-Jedi per strada, uccidilo!
La prima, fondamentale e banale considerazione, è che un film Star Wars è un oggetto unico e non può esser recensito come una qualsiasi star-wars-2pellicola o serie TV. Star Wars è il solo film divenuto di fatto religione, e assistere ad una proiezione notturna ha il sapore di una cerimonia per iniziati. Una religione che ha espanso il suo messaggio ben oltre l’orlo esterno della galassia cinematografica per approdare fin dal primo episodio nel dorato e poco trascendentale mondo del merchandising, per poi passare al fumetto, alla serialità animata, al videogioco (vedi approfondimento di Mattia Coletto).
Premessa necessaria per incastrare Star Wars – Gli ultimi Jedi in un doppio movimento: la coerenza con l’universo espanso preesistente e la volontà di rinnovare profondamente la narrazione. L’episodio VII, con i suoi pianeti polverosi e i caccia stellari pieni di pirulini illuminati aveva riallineato il tutto alla prima trilogia, dopo il barocchismo digitale degli episodi I-II-III; la pellicola risultava essere un sostanziale re-boot, se escludiamo la scena della morte di Ian Solo che già introduceva un tema portante di quest’ultimo episodio: l’esigenza di eliminare chi ci ha preceduti per poter trovare il proprio posto nella galassia.
(ATTENZIONE > Quì partono gli SPOILER)
Veniamo all’episodio VIII e diciamoci subito cosa non ci è per niente piaciuto. La sequenza agghiacciante con il corpo di Leila Organa-Carrie Fisher che fluttua nello spazio come una madonna pellegrina e rientra magicamente nell’astronave stupisce perché non ha alcun un senso per il proseguo della narrazione e, vista la dolorosa scomparsa dell’attrice, ci immaginiamo che non potrà particolarmente influenzare il terzo e ultimo episodio di questa trilogia. Abbiamo poi un cattivone come Snoke che scompare nel modo più banale del mondo e di cui poco sappiamo: come hastar-wars fatto a mettere in piedi in trent’anni il Primo Ordine? Da dove salta fuori? Perché ha quella faccia? Qui c’è un buco enorme che solo la premessa (Star Wars = universo in continua espansione) può per ora rendere sopportabile.
Perché sì quindi? Perché Episodio VIII riesce a mantenere questo delicatissimo equilibrio tra classicismo e innovazione. Classica è la narrazione su più piani che ricorda molto L’impero colpisce ancora, un rigore estetico già presente nell’episodio VII, il ritorno non ingombrante di figure come Yoda e Luke che affiancano e non sovrastano i nuovi personaggi che qui acquistano spessore e struttura.
Il racconto diventa invece decisamente più rapido adeguandosi a questi marvel-tempi, i lunghi addestramenti di Luke con Yoda non sono presenti e il sapere viene tramandato grazie a ripetuti insight; i maestri non sono limpidi e centrati ma pieni di dubbi e ombre sul proprio passato, riluttanti a tramandare un sapere di cui percepiscono ambiguità e rischi. Nel frattempo scompare Luke, scompare il mitico ammiraglio-triglia Ackbar, rimane la principessa come ultimo e provvisorio legame che solo la CGI potrà rendere presente nel prossimo episodio.
Anche sul versante lato oscuro si segnala un passaggio non indifferente: Dart Fener per la prima volta non compare mai, manco l’elmetto scassato guardato da Kilo Ren come una sacra reliquia nel precedente film. Sostituire il cattivo più celebre della storia del cinema non è cosa facile e già Snoke risultava essere una piatta fotocopia dell’imperatore. Qui il salto è quantico: l’irrisolto Kilo Ren, con i suoi conflitti aperti, uccide e prende il posto del cattivo governando il primo ordine non con la strategia politico-militare dei precedenti dittatori ma con la scomposta esigenza di cancellare fuori e dentro di sé ogni traccia di ribellione. Anche i registri cambiano, Yoda brucia il sacrario Jedi aprendo aprendo nuove vie alla Forza e Rian Johnson introduce nella serie una comicità scanzonata alla Guardiani della galassia; il risultato a volte stona come nella telefonata iniziale tra Poe Dameron e il generale Hux, che ricorda uno scherzo telefonico fatto male alle scuole medie, a volte colpisce decisamente nel segno con gustose situazioni slapstick: su tutte i siparietti con le suore-aliene sull’isola esilio di Luke.
In conclusione: se pensiamo e valutiamo episodio VIII come un reboot dell’Impero colpisce ancora siamo fuori strada; se comprendiamo che con Star Wars VIII il regista abbia voluto esplorare nuove strade possiamo dirci serenamente che l’operazione è nel complesso riuscita, rimandando la valutazione definitiva alla chiusura di questa trilogia dove capiremo se stiamo parlando di un “nuovo testamento starwarsiano” o di malriusciti testi apocrifi.

Massimo Lazzaroni

Perché NO

Quella di Star Wars è una storia dall’inizio sfolgorante. Il primo film della saga non è stato solamente un enorme successo di pubblico, ma rappresenta, a tutt’oggi, il punto più alto anche sul piano cinematografico. A quarant’anni di distanza, Guerre Stellari (1977) rimane il vertice dell’epopea immaginata da George Lucas. Da allora altri 8 film sono seguiti, ma nessuno di essi ha saputo davvero tenere il passo. L’impero colpisce ancora (1980) è l’unico ad avvicinarsi e a reggere per buona parte il confronto, ma già a partire da Il ritorno dello Jedi (1983) l’abbassamento del livello si fa evidente. Sedici anni dopo, La minaccia fantasma (1999) avrebbe dovuto segnare la nascita di una nuova trilogia, ma è stato invece un tonfo clamoroso: così inatteso ed indiscutibile da trascinarsi dietro anche il secondo e terzo episodio, che pure provavano la via un qualche tipo di riscatto. La seconda trilogia, ed il suo primo episodio in particolare, è allora diventata anche per il fan più devoto qualcosa da nominare solo a mezza voce. Come il tradimento di un’amante a cui si continua a voler bene.

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Anche per questo motivo Star Wars VII: il risveglio della forza (2015) è stato salutato da molti come un doveroso risarcimento. Un film che rimetteva le cose a posto, riportando la saga dentro la propria estetica originale, richiamando a sé i propri padri mitici e nel contempo si preparandosi ad un cambio generazionale inevitabile. Se il merito più vistoso del lavoro di J.J. Abrams è stato quello di ridare ai fans le atmosfere che li avevano fatti innamorare, quello più interessante e, verrebbe da dire, il più intelligente è stato l’aggiornare le dinamiche relazionali in questa saga fatta di padri e figli. Due anni fa, Il risveglio della forza ci ha riconsegnato gli eroi-ragazzi di un tempo, carichi di anni e del compito di porsi, finalmente, come i nuovi maestri. Assieme a loro, sono giunti sullo schermo i loro figli: smarriti e in cerca di quei padri troppo spesso lontani. In questo senso, l’inquadratura con cui il film si chiudeva non poteva essere più significante: la nuova speranza dei Jedi, la giovane Rey, dopo aver finalmente trovato Luke Skywalker, gli porge la spada laser senza aggiungere altro; come a dire: ti ho cercato a lungo e, ora che ti ho trovato, insegnami come essere ciò che voglio diventare. Titoli di coda.
L’intuizione era davvero buona, finanche necessaria, e non importava se arrivava attraverso uno schema narrativo che ricordava davvero troppo da vicino il primo capitolo della saga. Non importava perché, al di là di tutto, conservava davvero le premesse per un cambiamento che fosse consequenziale all’evolversi della storia (e non snaturante come era stato per gli episodi I, II e III).
Star Wars VIII – Gli ultimi Jedi (2017), riparte da qui. J. J. Abrams si sposta nel ruolo di produttore esecutivo e affida regia e sceneggiatura a Rian Johnson (Brick – Dose mortale e Looper), regista giovane quanto basta, ma da subito abituato a scriversi i film che dirige.
Tutto bene quindi? Non proprio, perché è proprio in fase di scrittura che questo ultimo capitolo rivela i suoi limiti più grandi. Johnson raccoglie da Abrams e dal precedente sceneggiatore Lawrence Kasdan (sceneggiatore anche del V e del VI episodio) un’eredità fatta di nuovi protagonisti in cerca di identità e di vecchi eroi alla prova della saggezza, ma finisce per ritrovarsi senza né gli uni né gli altri. Nessuno dei personaggi messi in campo in questa nuova trilogia riesce davvero ad emergere con un’identità propria. Un’identità che sia complessa e che sappia rendere conto dei processi interiori che portano alle loro decisioni, non importa quali siano. Se la tappa dello smarrimento era sembrata necessaria nel capitolo precedente, essa avrebbe dovuto però rimanere una tappa, per portare poi alla definizione di una personalità agente. Ma questo non avviene. Orfani di Han Solo, Obi Wan Kenobi e, soprattutto, Dart Fener questi nuovi protagonisti si muovono sullo schermo in ostaggio dei loro ruoli; lasciando che siano loro, i ruoli, a definire i personaggi, e non il contrario. E’ così anche per l’ormai vecchio Luke Skywalker: colui che, tra gli eroi della trilogia classica, più mostrava i rischi di una personalità monodimensionale, non riesce a fare il salto verso la completa maturità. E qui non c’entra la sua scelta di rinunciare al ruolo di maestro, quanto piuttosto l’incapacità di mostrare le ragione di quella scelta. Ed è così soprattutto per Kylo Ren, che avrebbe dovuto raccogliere l’eredita di Fener (uno dei più riusciti villain della storia del cinema, bisognerà pur ammetterlo), ma che finisce per perdersi ancora di più, proprio quando il meccanismo narrativo pretendeva la sua definizione. A complicare le cose è la messa in campo di una progressione narrativa che in più di un’occasione sembra affidarsi all’espediente, più che ad un’evoluzione strutturata. Valga come esempio la sequenza girata al casinò per i ricchi della galassia e il fortuito ritrovamento dello Mago dei Codici.

E’ un peccato, perché la strada tracciata (seppur con numerosi limiti) sembrava davvero avere in sé il potenziale per una vera rigenerazione, che avrebbe potuto portare ad un epilogo senza rimpianti. Manca ancora un capitolo prima della fine, e forse è presto per arrendersi. Ma l’impressione, con Gli ultimi Jedi, è che Jonhson non abbia saputo sfruttare il potenziale che aveva tra le mani. Non era facile, questo è vero, e il peso di dover dirigere un nuovo film della saga più famosa di tutta la storia del cinema non è di certo facile da portare. Anche per questo vale la pena ricordare quello che, probabilmente, è il vero merito di questo episodio: l’aver tramutato la storia della Forza, da una storia di famiglie (per non dire d’aristocrazia) ad una storia a portata di tutti gli uomini. D’altronde se, come ci ricorda il Maestro Yoda, la Forza circonda e tiene insieme tutte le cose, allora le sue vie possono essere percorse da tutti. E pazienza se per portare questo messaggio ci si è dovuti affidare a degli oggetti, come l’anello con il simbolo della Resistenza, disegnati apposta per finire sugli scaffali dei negozi di giocattoli. Stiamo pur sempre parlando della Disney. E anche la Disney, ho paura, percorre tutto l’universo conosciuto.

Matteo Angaroni.

Star Wars VIII – Gli ultimi Jedi

Sceneggiatura e regia: Rian Johnson. Fotografia: Steve Yedlin. Montaggio: Bob Ducsay. Musiche: John Williams. Interpreti: Mark Hamill, Carrie Fisher, Adam Driver, Daisy Ridley, John Boyega, Oscar Isaac. Origine: USA, 2017. Durata: 152′.

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