Sulla mia pelle

cucchifilmSuperflue due righe di trama. La storia la conosciamo tutti. Un ragazzo di trentuno anni viene fermato da due volanti dei carabinieri e arrestato con l’accusa di spaccio. Gode di buona salute, nonostante un passato da tossicodipendente. Poche ore dopo il suo corpo porta i segni di un aggressione brutale. Il suo nome è Stefano Cucchi e dopo sei giorni, sotto la tutela dello Stato, muore, in carcere, solo, distante un muro di cinta dai diritti basilari che dovrebbero essere garantiti anche al peggiore dei criminali.
E’ un supplizio Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, cronaca di un calvario che assume la forma di un martirio, che dalla sua pelle (quella offesa di Cucchi) si incide sulla mia pelle di spettatore. Il film arriva dove finisce la vita di Stefano e comincia la lotta della sua famiglia, lotta – per inciso – ancora in corso dopo nove anni, tempo insufficiente per la giustizia italiana a far luce su un caso di eclatante abuso di potere. E proprio perché non ancora chiuso, l’affaire Cucchi non è un film inchiesta sulle responsabilità dell’arma dei Carabinieri, dei medici, del Pubblico Ministero; e nemmeno la rigorosa ricostruzione della verità sulle cause che hanno causato la morte di Stefano. Le testimonianze, alcune contraddittorie, di chi entrò in contatto con il detenuto sono tessere di un mosaico terrificante, che hanno permesso al regista e alla co-sceneggiatrice Lisa Nur Sultan di completare parzialmente ciò che manca, guardandosi bene dal sovrascrivere con messe a fuoco arbitrarie.
sulla-mia-pelleIn apparenza non c’è giudizio e il film è lontano da letture ideologiche. Eppure Sulla mia pelle non lascia la platea senza risposte, guidandola ad una lettura dei fatti, dal momento della perquisizione che apre al girone delle torture fino all’ultimo cartello scritto che chiude il film. Avvicinato a Stefano, ammanettato a Stefano, costretto all’isolamento della prigionia con Stefano prima e dopo il pestaggio (fuori campo) dei due agenti in borghese, lo spettatore accetta il voluto e puerile gioco del “ti dico senza dirtelo” che suggerisce la tesi delle colpe dirette (tre mele marce fuori controllo) e indirette (l’apparato burocratico che stritola i deboli e agevola atteggiamenti ipocriti e omertosi). Uffici, corridoi, perfino l’aula del tribunale assumono l’aspetto di un labirinto senza uscita, un mondo sotterraneo e parallelo che ricorda la Buenos Aires sommersa di Garage Olimpo. Il regista sottrae progressivamente lo spazio intorno a Stefano quasi sadicamente con la macchina da presa, così che ogni cella si dichiara per quel che è: una superficie piatta dove il giovane viene inchiodato e vessato dall’indifferenza non di un essere umano, ma di un intero sistema inceppato. Se in Diaz, Daniele Vicari, al limite della pornografia, aveva mostrato tutto perché Bolzaneto potesse diventare il teatro di uno snuff movie, esasperando un crimine già di per sé insopportabile, Cremonini suggerisce la barbarie e ne sottolinea gli effetti sul corpo martoriato di Stefano spogliato dei suoi diritti e, in seconda battuta, raccontando il disorientamento della sua famiglia, che diventa spaesamento, ovvero girare a vuoto in un paese irriconoscibile. Lo spettatore è trascinato inevitabilmente nel buio pesto che schiaccia inquadratura dopo inquadratura la vicenda, anche perché ne conosce gli esiti; l’indignazione diventa rabbia, e si fa impossibile giustificare le attenuanti di chi ha visto e taciuto di fronte alle ecchimosi e ai referti medici. Ben inteso, il film non nasconde la persona dietro un personaggio funzionale; non è omesso il passato da eroinomane di Cucchi e il persistente vizio per altre droghe. L’impianto estetico del film però, prima ancora dell’intreccio, crea un legame empatico tra protagonista e sala che ricorda i meccanismi di identificazione con i borgatari pasoliniani o i fragili adolescenti perduti de La terra dell’abbastanza, per citare un film recentissimo. Stefano Cucchi non è un borgataro per estrazione sociale, ma per scelta. Al padre, che lo invita a parlare in italiano, risponde in romanaccio, vestendo un personaggio che vorrebbe essere burino senza peraltro riuscirci.

Come Ettore in Mamma Roma, Stefano sembra soffocare in quegli abiti stretti da ultimo e condannato per destino. Ci si chiede – Cremonini ci costringe a domandarci – se nel rifiuto d’essere aiutato ci sia una ricerca di espiazione, avvalorata dalle ultime parole di Stefano prima di morire, rivolte ai genitori che “non meritavano un figlio così”. Concessione squisitamente drammaturgica e che nulla ha a ché vedere con il rigore del resto dello script, uno scivolone controllato che alza l’emozione ma che accentua la predominante finzionale. Alessandro Borghi è perfetto nella rappresentazione della sofferenza che non è solo fisica ma anche psicologica. Evita con mestiere ogni enfasi e regala al suo Stefano Cucchi sfaccettature complesse che nutrono il film al di là della cronaca.

Alessandro Leone

Sulla mia pelle

Regia: Alessio Cremonini. Sceneggiatura: Lisa Nur Sultan, Alessio Cremonini. Fotografia: Matteo Cocco, Michele D’Attanasio. Montaggio: Chiara Vullo. Musiche: Mokadelic. Interpreti: Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Max Tortora, Milvia Marigliano. Origine: Italia, 2018. Durata: 100′.

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