The End of the Tour

end ofÈ il 12 settembre 2008 quando una depressione di vecchia data finisce per sfiancare le difese dello scrittore David Foster Wallace, portandolo al suicidio. In quello stesso giorno David Lipsky, giovane e intraprendente giornalista della rivista Rolling Stone, rievoca la lunga intervista che il maestro gli aveva rilasciato dodici anni prima, ai tempi del tour promozionale di Infinite Jest. Tutto qui. Il film biografico di James Ponsoldt, ombra sgusciante da sottobosco Sundance, ricostruisce tramite un poderoso flashback il viaggio dell’articolista (Jesse Eisenberg) nell’Illinois innevato del noto romanziere (qui interpretato da Jason Segel, sosia dell’originale). I due si incontrano in una casa come tante, in una periferia come tante, circondati da cani festosi e sbauscianti come piacevano all’eccentrico padrone. L’uno intervista, l’altro si fa intervistare, l’uno parla e l’altro ascolta e per tutta la durata della proiezione non succede niente di interessante. Di sicuro gli amanti del genere intellettualistico troveranno pane per i loro denti, anche considerando che il verboso copione è stato scritto da Donald Margulies, già vincitore del Premio Pulitzer per la drammaturgia, ed è tratto dal libro intervista dello stesso Lipsky, Come diventare se stessi (2010): un titolo, una garanzia.

Sono fatti così, questi americani: hanno un approccio cerebrale alle cose che alle volte diventa più indigesto del nostrano Premio Strega, tutto infarcito com’è di digressioni, analisi psicoanalitiche, momenti di supponente indagine interiore che tanto non rappresentano niente di davvero importante. The End of the Tour ha allora le caratteristiche di un viaggio on the road, dove tutto è ridotto alla terminologia breve, anzi alla frase semplice come direbbe un grammatico: soggetto, verbo e complemento. I due David si confessano in ambiente domestico. In teoria dovrebbe nascere un’amicizia fatta di amore odio, attrazione e repulsione reciproca, ma questi sono dettagli, sfumature, cesellature di superficie che si perdono nel maelstrom di parole. Ma davvero David Foster Wallace è stato lo scrittore più importante di un’intera generazione, come d’un tratto sostiene quello sbarbino di David Lipsky, paragonabile a Hemingway o Pynchon? Ma chi l’ha stabilito, e in base a quali criteri? Di sicuro Wallace è stato intellettualoide quanto il film che Ponsoldt ne ha tratto (ma almeno la sua era letteratura). Da un film ci aspetteremmo più azione, più amore, più odio. Invece è tutto così freddo, pedagogico, impegnato: sempre ponendo che si possa definire tale un dialogo alla stazione di servizio, tra sigarette e vettovaglie consumate in un fottio di briciole e cartacce. Certo anche Allen Ginsberg scrisse l’Urlo al bar, quindi tutto è possibile.

Marco Marchetti

The End of Tour

Soggetto: David Lipsky. Regia: James Ponsoldt. Sceneggiatura: Donald Margulies. Fotografia: Jakob Ihre. Montaggio: Danny Elfman. Interpreti: Jason Segel, Jesse Eisenberg. Origine: USA, 2015. Durata: 106′.

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