The Homesman

homesman locaOltreconfine: i film che non ci fanno vedere.

The Homesman

Regia: Tommy Lee Jones. Soggetto: Glendon Swarthout. Sceneggiatura: Tommy Lee Jones, Kieran Fitzgerald, Wesley A. Oliver, Miles Hood Swarthout. Fotografia: Rodrigo Prieto. Montaggio: Roberto Silvi. Musica: Marco Beltrami. Origine: USA. Anno: 2014. Durata: 122 min.

Presentato in concorso a Cannes 2014, The Homesman è il secondo film per il cinema di Tommy Lee Jones. Ve lo ricordate Le tre sepolture (2005)? Ecco, quello era un western di ambientazione contemporanea, che utilizzava il confine messicano come odierna metafora della frontiera; questo è invece un western di taglio più classico, sempre che il termine abbia ancora senso dopo il tramonto definitivo del genere verso la fine dei settanta. Diciamo che The Homesman è un film di costume, ambientato in Nebraska nella metà del diciannovesimo secolo, ci sono i cowboy, i cavalli, la carovane e qualche sporadico pistolero. Quindi si tratta di un western a tutti gli effetti, un po’ come il più o meno recente Appaloosa (2008) o L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (2007). Il problema è che la conquista dell’ovest è ormai una pia illusione del passato, tanto che i personaggi si recano tutti ad est. Sembra un controsenso, ma è così. Tommy Lee Jones, regista ma anche attore coprotagonista insieme a Hilary Swank (attrice tra l’altro originaria del Nebraska proprio come lui lo è del Texas), dirige un film d’atmosfera il cui merito principale è la disgregazione dell’intero sistema di valori che la tradizione cinematografica western ha saputo creare nei decenni: niente più frontiera, nessuna linea di demarcazione, basta mandrie da scortare al pascolo o selvaggi pellerossa dalle asce affilate. Sono gli ambienti a predominare, i grandi spazi (silenziosi) del Midwest, questa terra di mezzo che accosta le steppe e gli inverni, la sabbia e le nevicate, i villaggi dimenticati e i contadini burberi pieni di rancore. Il ciclo delle stagioni scorre insieme all’ineluttabilità della morte, la violenza della vita alla fatalità del dolore. Cos’è un western senza frontiera, d’altronde? O un western che pone la frontiera dalla parte sbagliata, verso l’Europa, verso la civiltà?

home1Hilary Swank è una giovane donna in età da marito, ma nessuno la vuole perché austera e dal seno piatto (ma si può essere più scemi?!). Avvilita dalla prospettiva di una perenne zitellaggine, la poveretta pensa di espiare le proprie colpe dedicandosi a una missione altamente pericolosa, ovvero scortare tre donne malate di mente dal piccolo paese dove “non sono più buone a nulla” a una comunità posta oltre il fiume, una specie di casa famiglia gestita dalla locale parrocchia e da una bonaria Meryl Streep. Il viaggio durerà quasi un mese, gli sconfinati territori americani sono pieni di insidie, e occuparsi di tre donne fuori di testa non è certo il massimo della vita. Per questo la Swank chiederà aiuto a quel disilluso ed egocentrico mangiatore di fagioli che è Tommy Lee Jones, un disertore a rischio di impiccagione che la bella beghina ha giusto il tempo di salvare dalla forca. Sì, Jones è brutto, sporco e capriccioso, piagnucola come un bambino e compare per la prima volta con i mutandoni e una mano infilata nel culo. Siamo ormai alla fine dell’epopea, la morte dei valori, l’estinzione degli ideali alla John Wayne. I cowboy si grattano il sedere e sparano solo per difendere se stessi, non certo la famiglia e la proprietà. Forse. In realtà le cose non sono così chiare, perché il viaggio verso est è in realtà la scusa per delineare un processo di cambiamento psicologico che non necessariamente coincide con la maturazione dei suoi protagonisti. The Homesman rinuncia agli inseguimenti, alle pistolettate, ai grandi caravanserragli di coloni. Persino gli indiani fanno la loro fugace apparizione sulla cima di un terrapieno, ma vengono sbrigativamente liquidati con la compravendita di un cavallo. Eppure questo film sorprende, colpisce dove fa più male, introduce delle traiettorie, dei movimenti, delle tensioni all’ideale che presto vengono schiacciate da un destino più grande e imperscrutabile. In questa terra senza dei e senza virtù, la redenzione dell’uno finisce per diventare la condanna di qualcun altro.

home2La pellicola di Tommy Lee Jones ha comunque un grande merito, cioè quello di aver introdotto il tema della malattia mentale come allegoria dello spaesamento di un’intera generazione di donne, picchiate e umiliate dai mariti, colpite dal lutto di terribili malattie, abbandonate alle incombenze di una maternità non voluta (in una scena una di queste madri, ripetutamente stuprata dal consorte, getta il bambino nel cesso). Forse soltanto I quattro dell’apocalisse (1975), di un mai citato a sufficienza Lucio Fulci, rappresentava il disagio psichico con la medesima tragicità di vedute. Questo The Homesman, che nega attraverso la litote del suo titolo l’evidenza di un mondo barbaro dove gli uomini picchiano, uccidono e maltrattano le mogli per il puro piacere di farlo, diventa più o meno inconsapevolmente il canto del cigno di un’intera epoca: la conclusione di un mondo di cui non restano che un fiume, il deserto, una chiatta che lentamente si allontana nella notte. Il grande scenario americano si trasforma nella sconfessione dello stesso, in uno spazio a tratti antonioniano, con ritratti di soldati avidi, corrotti e senza troppa dignità, e donne all’apparenza forti ma in realtà incredibilmente fragili. Persino l’accompagnamento musicale, affidato all’ormai fastidioso Marco Beltrami, pioviggina sulle vicende di questi personaggi alla ricerca di se stessi, senza aggiungere nulla allo loro disperazione, ma anzi graffiandola e (spesso) guastandola con un minimalismo assolutamente atipico per un western.

Marco Marchetti

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