The Lobster

lobster locaUn asino sta brucando l’erba in un campo. Una donna disperata prende la pistola, scende dalla macchina e lo crivella di proiettili. Titoli di testa. Siamo in un futuro non troppo lontano, grandi grattacieli, spazi rigidamente circoscritti, architetture siderali che rispecchiano il funzionamento di una società altrettanto minimalista. Per ragioni non meglio precisate, forse demografiche, lo stato obbliga tutti i cittadini a trovarsi una compagna e contrarre (in)felice matrimonio. Chi viene lasciato o diventa vedovo ha soltanto quarantacinque giorni per scegliersi una moglie e risposarsi. Per questo dovrà trasferirsi in un lussuoso hotel per single, dove il personale farà di tutto per favorire i tanti auspicati imenei. Se però il malcapitato non sarà riuscito a trovare moglie entro la data stabilita, ecco che quello stesso stato altrimenti disponibile al dialogo e al compromesso lo trasformerà in un animale. La maggior parte degli ospiti preme per diventare un cagnolino, l’eccentrico David (Colin Farrell) non ci sta e preferisce invece l’aragosta. Perché? Perché campa cent’anni, è sempre fertile e passa la vita in mare. L’unico modo per evitare la trasformazione e prolungare la propria permanenza in hotel è partecipare alla cattura dei ribelli, i “solitari”, guerriglieri che rifiutano le relazioni sentimentali e vivono come dei vagabondi nel cuore della foresta. Per ogni solitario catturato, la direzione dell’albergo concederà al vittorioso cacciatore un giorno extra da umano…

lobster2Dopo Kynodontas e Alpeis, il regista greco Yorgos Lanthimos torna con una coproduzione europea che guarda alla fantascienza proprio come vi guardava Under the Skin, e cioè con un’attenzione tutta particolare alla forma, alla confezione, alla necrologica esposizione dei contenuti. In fin dei conti è un lavoro da patologo, il suo, tutto intento com’è a sezionare il tardo capitalismo post-crisi economica, a smontarne i meccanismi per svelare i malfunzionamenti che ormai la comunità ha accettato come parte integrante del sistema. Spostandosi in un albergo metaforico, che inconsapevolmente rappresenta l’ossimoro di Youth, la realtà in quanto negazione del sogno, la macchina da presa di Lanthimos ci mostra una società all’apparenza democratica che aspetta soltanto l’occasione propizia per mutarsi in bieco tiranno. Anzi, una società che ha mescolato così bene democrazia e tirannide che nessuno è ormai in grado di distinguere un concetto dall’altro. Nel momento in cui la democrazia rischia di accordare troppe libertà ai cittadini, queste lobster1libertà potrebbero ritorcersi contro la democrazia stessa; pertanto l’ordine civile della società, onde preservarsi da fermenti rivoluzionari e attacchi di sistema, deve per forza di cose ammettere il necessario contributo della tirannide, ovvero di un meccanismo coercitivo capace di mantenere inalterato il regolamento di base. Per questo gli ospiti dell’hotel accettano la trasformazione in animale come parte integrante del gioco, senza (quasi) mai ribellarsi o mettere in discussione i principi della comunità. Il microcosmo di questa struttura isolata dalla metropoli, immersa nella natura e dotata di tutti i comfort della modernità, è allora tanto disperatamente bugiardo quanto le prescrizioni imposte ai suoi ospiti: pur di evitare la transformation room, un giovane arriva a fingere un’incontrollabile epistassi per accattivarsi le simpatie di una ragazza. Lo stesso David improvvisa un fidanzamento di facciata con la malefica Angelikì Papoulia, attrice feticcio del regista, fino a quando costei non si accorge della beffa e gli ammazza il fratello (un simpatico cagnolino) prendendolo a calci per tutta la notte.
Oltre ai chiari riferimenti alla classicità greca (Circe e la trasformazione degli eroi omerici in bestie), The Lobster ha sicuramente una chiave di lettura politica, che si muove parallela per due binari in qualche modo complementari: da un lato la rappresentazione di un occidente crasso e opulento, fatto di rituali, abitudini consolidate, esasperazione del superfluo e dell’inutile; dall’altro, il mondo dei “solitari”, questi ribelli straccioni capitanati da una fiammeggiante Léa Seydoux, che sottopone i suoi uomini (tra cui Rachel Weisz, futura compagna di David) a privazioni ancora maggiori di quelle imposte dal ricco universo dell’hotel.

Che siano loro i fantomatici no-global di oggi, i terzomondisti che rifiutano l’igiene, la pulizia e la vita civile in nome di un più imperscrutabile ideale di autodeterminazione? The Lobster forse un messaggio ce l’ha, e cioè la farsa del capitalismo è a conti fatti preferibile ai movimenti rivoluzionari che di tanto in tanto animano il mondo. Ma c’è anche un’altra intuizione, alla base, di taglio forse più sociologico: e se l’uomo avesse davvero bisogno di una serie di regole all’interno delle quali direzionare le proprie scelte sentimentali? Se non potesse vivere, relazionarsi e innamorarsi senza una società più o meno organizzata capace di insegnargli cosa sia giusto e sbagliato, o meglio cosa sia concesso e cosa non lo sia? E se il capitalismo non fosse poi il peggiore dei mali?

Marco Marchetti

The Lobster

Regia: Yorgos Lanthimos. Sceneggiatura: Efthymis Filippou, Yorgos Lanthimos. Fotografia: Thimios Bakatakis. Montaggio: Yorgos Mavropsaridis. Interpreti: Colin Farrell, Rachel Weisz, Léa Seydoux, John C. Reilly, Angelikì Papoulia. Origine: Grecia, UK, Irlanda, Paesi Bassi, Francia, 2015. Durata: 118′.

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