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Un altro me

un-altro-me-claudio-casazzaNon è facile raccontare la violenza degli uomini ai danni delle donne. Non è facile farlo senza sostenere tesi, ma con onestà, senza paure e senza ipocrisie. Claudio Casazza nel bel documentario Un altro me, prodotto dalla torinese GraffitiDoc di Enrica Capra, che ha aperto il Festival dei Popoli a Firenze e ha poi ricevuto il premio del pubblico, ci è riuscito in pieno. Un documentario girato per un anno tra i detenuti per reati sessuali nel carcere milanese di Bollate. Si tratta di un film molto bello, spiazzante, insieme duro e delicato, che affronta un tema difficile da affrontare ma che bisogna avere il coraggio di guardare in faccia. Il regista non filma solo i reclusi, ma anche i loro psicologi ed educatori, compiendo la scelta senza compromessi di inquadrare fuori fuoco o di spalle i condannati rendendoli non riconoscibili. Così facendo li mette ancor più in evidenza, diventano molto presenti e ingombranti rispetto a medici, psicologi, criminologi e assistenti che cercano di interagire con loro. La scelta visiva rende evidente il rapporto inevitabilmente sbilanciato, quasi il muro nel quale è difficile far breccia, che esiste tra le due parti. I detenuti, alcuni anche sposati o con una compagna fuori dal penitenziario, sono spiazzanti nel loro essere basici: la sessualità non è che il mezzo di soddisfacimento dei loro bisogni, l’altro è visto soltanto in quanto funzionale a loro stessi. Attribuiscono pochissima considerazione alla donna e alle altre persone, creano ogni giustificazione possibile per le loro azioni e i loro pensieri, lasciando i medici disarmati. Mostrando comportamenti estremi, il film riguarda tutti, l’accettare se stessi, il sapersi “gestire”, il rapporto con l’altro, il dove ci posiziona nell’interazione con l’altro. Ci sono detenuti che tentano approcci con le giovani tirocinanti, uno che, durante un’uscita, va in crisi incrociando le ragazze in metropolitana. I condannati sono anche messi di fronte alle loro responsabilità, spinti a rievocare il loro passato e a confrontarvisi, a cercare il loro essere più intimo. A questo serve anche la lezione di educazione sessuale che li vede poco coinvolti, se non respingenti, mentre le riunioni d’équipe degli operatori analizzano il lavoro con i detenuti e le loro reazioni. Spesso i violentatori sono cresciuti in famiglie o in contesti un-altro-meviolenti o disturbati, nei colloqui sono chiamati a riflettere sugli atti che li hanno portati in carcere, al controllo delle loro azioni, responsabilità, rispetto, concetto di consenso e volontà di entrambi. I confronti fanno uscire l’illogicità della loro logica che sembra inscalfibile, ma anche le loro ammissioni, come il riconoscere di cercare vittime “deboli”.
Gli educatori leggono loro lettere scritte da donne violentate, dove emergono le sofferenze delle vittime e le conseguenze profonde sulle loro vite e la rabbia e il dolore che provano. Al gruppo di carcerati è proposto un incontro con una donna che ha subito violenze, abusata fin da piccola. Subito i condannati non credono all’identità dell’ospite e pensano che si tratti di un’attrice che si finge vittima. Durante il lungo incontro, ella si mette talmente in gioco e si espone al punto che mette in crisi i reclusi e li costringe a pensare, si crea quasi un’empatia con alcuni detenuti. La donna, in modo propositivo, stimola la controparte e insiste sul fatto che “va cambiata la cultura e siete voi che la potete cambiare”.
In un’altra occasione i detenuti guardano insieme un film molto appropriato e che li riguarda, Woodsman – Il segreto di Nicole Kassel, con Kevin Bacon nei panni di un pedofilo uscito di prigione dopo 12 anni di carcere. Una visione che riesce nell’obiettivo di muovere qualcosa ad alcuni di loro. Nel finale uno si rende conto del mondo distorto nel quale viveva, ha imparato alcune cose durante il trattamento.
Un altro film sul e dentro il carcere, a dimostrazione che filmare la reclusione è un po’ come raccontare il pugilato: si esaspera ciò che c’è fuori e lo si ripulisce da troppi orpelli che ne complicano l’osservazione e la comprensione. Casazza resta in osservazione, registra ciò che accade, non interviene, sta in disparte con delicatezza. Il pudore e l’attenzione nel riprendere fanno sentire anche lo spettatore più a suo agio, anche se si tratta comunque di una situazione scomoda.


Il titolo Un altro me ha tante valenze, compreso quello di rispecchiamento, oltre a quello di ricerca, da parte dei reclusi, della parte di se stessi più adatta a rispettare le regole del vivere in società. È un film che non lascia indifferenti, che può turbare molto e anche devastare dentro, ma che in fondo contiene qualche lucetta di speranza. Ci costringe a spogliarci di tutto e a metterci in ascolto, ma anche ci aiuta a guardare le altre persone in maniera diversa. Casazza, da osservatore partecipante attento e rispettoso, riesce a rendere i tanti aspetti delle violenze, come vengono vissute da chi le esercita e chi le subisce, ma anche a far riflettere sul rapporto tra uomini e donne.

 Nicola Falcinella

Un altro me

Sceneggiatura, regia e fotografia: Claudio Casazza. Montaggio: Luca Mandrile. Origine: Italia, 2016. Durata: 83′.

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