Un piccolo–grande uomo che non smette di lottare: Ken Loach

Nell’ambito dell’ultima edizione del Festival di Locarno è stato assegnato il Pardo d’Onore a Ken Loach. Questa è stata l’occasione per scambiare due chiacchiere, in un incontro aperto al pubblico, con il regista che ci ha parlato della sua carriera.

Lei ha studiato a Oxford e sono 40 anni che dirige film. In quale momento ha deciso di intraprendere la carriera  di cineasta?
Non è stato programmato, ma si sono verificate alcune felici coincidenze. Ho iniziato a lavorare in equipe alla BBC. Con le persone con cui lavoravo avevo idee e prospettive in comune e così abbiamo deciso di mettere a punto una serie di progetti, sfruttando l’ipocrisia del sistema che dice di essere aperto e liberale ma che in realtà non lo è perché le voci del dissenso vengono soppresse.

Ha votato per Blair?
No, non l’ho votato proprio perché rappresenta il grande privatizzatore e il grande sostenitore di Bush. Blair ha dimostrato che i laburisti non sarebbero stati una minaccia e così si è guadagnato la fiducia dei media. In realtà fa parte della nuova destra, come Berlusconi. Mi chiedo che cosa possa riempire il vuoto lasciato dalla socialdemocrazia: i movimenti del 15 febbraio contro la guerra avrebbero dovuto portare alla creazione di una sinistra forte e compatta, ma questo non si è verificato…

Il cinema, secondo lei, può cambiare la coscienza delle persone nei confronti di certi argomenti e di certe cause?
E’ una lunga lotta che per dura da 40 anni. Le idee degli anni ’60 sono state portate avanti nel tempo (prima era la lotta contro il capitalismo, ora si parla di guerre interminabili); il cinema può contribuire alla coscienza globale, alla circolazione delle idee. Il problema, però, sta nel fatto che il cinema fa questo in maniera reazionaria perché la maggior parte dei film prodotti oggi esalta la ricchezza oppure l’eroe con la pistola che risolve tutto; sono opere commerciali. Il mio, invece, è un cinema ideologico e provocatorio.

Nei suoi film cerca di spiegare la “vita vera”, le differenze sociali. Pensa che si possa lottare senza violenza?
Io penso che la classe dominante sarebbe contenta se gli artisti si limitassero a cantare o a fare solo film. Ma i film sono solo una piccola parte nella nascita di una coscienza alternativa e non bastano.

Come descrive il suo senso di democrazia?
Molte parole, ormai, vengono abusate. Gli USA si presentano come “i difensori della democrazia”; ma quando si parla di Democrazia, dobbiamo stare molto attenti perché non possiamo decidere noi quali sono le cose che proteggono la qualità della nostra vita e la libertà. Queste non sono certamente garantite dal modo di governare antidemocratico dei “Grandi” e delle multinazionali…

Nei suoi film si parla di “tradimento”…
Sì, si tratta di tradimento politico. Il datore di lavoro tradisce i propri dipendenti, la leadership non deriva dal movimento democratico, ma da altri interessi. Questo è il vero tradimento, molto più grave di quello personale.

Dopo aver girato lo splendido cortometraggio sull’11 settembre, adesso cosa direbbe sull’argomento?
Quando ci è stato chiesto di girare quei corti, io non mi ero reso conto che l’11 settembre a New York avrebbe dato inizio ad una guerra infinita. La guerra contro il terrorismo è di per sé terroristica, in difesa solo delle maggiori corporazioni e delle aziende statunitensi che hanno come unico scopo quello di colonizzare il mondo. Questo per me è orripilante. Dobbiamo svegliarci, aprire gli occhi.

A cura di Alessandra Montesanto

(Pubblicato sul n°22 della versione cartacea, novembre 2003)

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