Unsane, Soderbergh

unsane_foyEsce in Italia quasi in contemporanea con La truffa dei Logan l’ultimo autarchico film di Steven Soderbergh, che ama alternare a produzioni ricche progetti low budget. Unsane è un thriller che vira all’horror dall’aspetto casalingo. Realizzato in 4K con degli iPhone 7 Plus a cui sono state applicate lenti Moment da 18 e 60 mm e un fisheye, il film si svolge in pochissime location, prevalentemente in una struttura ospedaliera appena chiusa e trasformata nella clinica (degli orrori) per malati psichici Highland Creek Behavioral Center.
E’ qui che Sawyer Valentini (Claire Foy), dopo un semplice consulto e una firma estorta con l’inganno, viene internata con altri presunti malati mentali. La giovane in realtà è vittima di uno stalker e per questo, dopo aver cambiato città e lavoro, sta cercando un supporto psicologico che possa aiutarla a ripartire. L’Highland Creek è però una trappola, i pazienti non sono tutelati ma vengono sedati con motivi pretestuosi e con la connivenza di medici e infermieri, in attesa che le compagnie assicurative smettano di pagare le degenze. La trappola per Sawyer è doppia, perché tra gli infermieri unsane-2volontari la donna è convinta di riconoscere il suo persecutore. Persa tra realtà e immaginazione, nemmeno l’aiuto di un afroamericano a due giorni dalla dimissione e l’intervento della madre sembrano poter aiutare Sawyer.
Soderbergh si sfila ancora una volta dalle etichette, interpretando il mestiere del regista alla stregua di un filmmaker affascinato dalla sperimentazione linguistica e tecnica. Il cinema come grande macchina hollywoodiana (la serie Ocean) con le star e le logiche del buisness e, contemporaneamente, l’idea di un gesto filmico che si risolve con la complicità di pochi amici, tra cast tecnico e artistico. Ma in tutto questo non c’è solo il gusto di mettersi alla prova con un plot scarno (ma non banale) e mezzi tecnici relativamente poveri e spinti fino al massimo delle possibilità estetiche; Unsane è anche un racconto che descrive un’America deviata e deviante, traditrice e prevaricatrice, marcia negli ingranaggi di istituzioni che dovrebbero garantire salute e benessere e invece vampirizzano i cittadini. L’orrore, più che nella persecuzione di uno psicopatico ai danni di una donna indifesa, è nella struttura labirintica che sopprime l’individuo annullandone la personalità, come un genitore che si divora i figli. 

Il regista è abile ad aprire squarci sempre più profondi nell’inconscio della sua protagonista, mettendone in discussione la lucida analisi della realtà. E la realtà stessa diviene un percepito, uno specchio deformato o una superficie liquida in movimento attraverso la quale si intravede un fondale confuso. L’iPhone accentua l’immersione nella psiche labile di Sawyer, ne restituisce l’angoscia ed amplifica l’associazione tra spazi fisici e mentali. Ancora effetti collaterali nel cinema di Soderbergh, quelli che rischiano di permanere oltre la risoluzione dell’incubo quando non basta decontaminare la vita con la soppressione di un virus.

Alessandro Leone

Unsane

Regia, fotografia, montaggio: Steven Soderbergh. Sceneggiatura: Jonathan Bernstein, James Greer. Interpreti: Claire Foy, Juno Temple, Joshua Leonard, Aimee Mullins, Amy Irving, Jay Pharoah. Origine: USA, 2018. Durata: 98′.

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