Venezia 75: dal concorso gli ultimi film

Martone e i protagonisti del film

Martone e i protagonisti del film

In concorso film contraddittori che però dicono tanto sul mondo di oggi e quello di ieri. Partiamo da Capri Revolution di Mario Martone. È un film problematico ma che affascina, è quasi la chiusura di una ideale “trilogia storica” composta da Noi Credevamo e Il Giovane Favoloso. Ambientato nel 1914, mentre l’Italia si appresta ad entrare in guerra, è un film che viaggia in parallelo con Sunset di Nemes, e cerca di raccontare un mondo che da lì a poco cambierà completamente. Capri è un’isola con una forte identità legata alle tradizioni religiose e della terra, la protagonista del film è Lucia che come lavoro fa pascolare le capre di famiglia sui crinali delle colline dell’isola. La trama si sviluppa con la sua voglia di libertà che viene incentivata dall’incontro con una comune di giovani nordeuropei che compie a Capri la propria ricerca nella vita e nell’arte. Il medico del paese che difende le idee del progresso fa da linea di congiunzione e contraria tra l’illetterata Lucia e i giovani artisti utopisti.
Lo spunto del film è vero, la comune fu creata dal pittore Karl Diefenbach all’inizio del Novecento. E Martone la rielabora con la più totale libertà spostando l’azione alla vigilia della prima guerra mondiale, e anche l’età del pittore cambia per tramutarsi in un giovane artista performativo. Il film parla direttamente al nostro tempo, in cui la questione del senso da dare al progresso e al rapporto tra uomo e natura è centrale per la sopravvivenza stessa degli esseri umani. Scienza, natura, terra, fede, arte, si mescolano in un film più interessante che realmente riuscito. Forse Martone è troppo schematico ma comunque riesce a mantenere un fascino sia visivo che concettuale.

Jennifer Kent con il Leone d'Argento

Jennifer Kent con il Leone d’Argento

The Nightingale di Jennifer Kent è il film-scandalo del festival, la platea della stampa ha accolto il film molto male e uno sciagurato giovane critico ha addirittura pronunciato un urlo sessista nei confronti della regista. Al di là dell’episodio deprecabile c’è da dire chiaramente che si tratta del film peggiore del concorso e probabilmente di tutto il festival, nonostante abbia poi ottenuto il premio speciale della giuria e il premio al miglior attore emergente. L’opera seconda della regista australiana dopo il bel horror Babadook è ambientata nella Tasmania del 1825, e narra le vicenda di una giovane irlandese violentata da un ufficiale inglese e testimone del brutale assassinio del marito e del neonato per mano dei soldati inglesi. La donna, una ventunenne, vuole giustizia e prende con sé un aborigeno con cui attraversa il deserto australiano per avere la sua vendetta. È una storia di violenza allucinante che ci parla della colonizzazione dell’Australia, un’epoca contrassegnata dalla violenza brutale nei confronti degli aborigeni, delle donne e del paese stesso, strappato dagli inglesi ai suoi primi abitanti. Un film senza un briciolo di umanità e di empatia, che vuole raccontare l’orrore di un mondo pieno di violenza ma che per farlo sbaglia il modo: la violenza gratuita viene messa in scena in modo sanguinario e gratuito. Un film irricevibile.

Nuestro Tiempo di Carlos Reygadas è un film complesso, delirante, affascinate e respingente. Il cast del film è composto dallo stesso Reygadas, la moglie Natalia López e i suoi figli. Diciamo questo perché il film racconta la storia di una coppia: Juan e Ester, una coppia che ha una relazione decisamente aperta. La donna si innamora di Phil, un americano, e Juan dovrà combattere contro i suoi stessi paradigmi e le sue convinzioni. È il quinto film per Reygadas, a sei anni di distanza di Post Tenebras Lux. È un film ambientato in un ranch tra cavalli, tori, grandi spazi ma che racconta una storia di claustrofobia, disturbo e amore. È la storia di una coppia che per restare insieme le prova tutte, si accettano, si consumano e si organizzano tradimenti per arrivare veramente a una felicità. È un film discontinuo ma che lontano dalla visione fa pensare ancora di più. Dura tre ore e per la prima parte è notevolissimo proprio per quest’alternanza tra grandi spazi e storia privata, col passare del tempo gli spazi si chiudono e rimane quasi solo la casa e le lettere che si scambiano i due. L’ultima ora è realmente opprimente e anche se è lo scopo di Reygadas è forse eccessiva e troppo disturbante.

the-favouriteL’ultimo giorno è stato anche il giorno del recupero di The Favourite di Yorgos Lanthimos il film che ha vinto il Gran premio della Giuria: ambientato nell’Inghilterra del 1700 narra le vicende della fragile e instabile regina Anna nel corso della guerra contro la Francia. La donna, interpretata da una strepitosa Olivia Colman (coppa Volpi per migliore attrice) siede sul trono inglese ma effettivamente il regno è in mano da Lady Sarah, persona a lei vicina anche in intimità. Tutto cambia con l’arrivo a corte di Abigail (Emma Stone nel ruolo forse migliore della carriera) che prima da domestica e poi da dama cambierà molti equilibri. La politica bellica assorbirà Sarah quasi completamente, e allora Abigail prenderà il suo posto come compagna della regina.
La prima parte del film è divertente ma a poco a poco Lanthimos imprime il suo tocco fastidioso, alternando le corse delle anatre, i banchetti opulenti, i nobili idioti, dei giochetti erotici e conigli vari. Il regista greco si conferma talentuoso ma pieno di disprezzo per le storie e i personaggi che racconta, e se la satira un po’ grottesca della prima parte è a tratti notevole nella seconda, il film va verso il dramma psicologico a tinte forti che non riesce a convincere fino in fondo.

Chiudiamo con il film che ha estasiato la platea dei cinefili ma che è rimasto a mani vuote: Zan (Killing) di Shinya Tsukamoto. È un altro film in costume ma molto lontano dal cinema di Lanthimos. La storia è ambientata nel corso della metà del XIX secolo, dopo circa 250 anni di pace, in Giappone i guerrieri samurai si sono impoveriti. Di conseguenza, moltikilling-tsukamoto-film lasciano i loro padroni per diventare dei ronin erranti. Mokunoshin è uno di questi samurai che si allena quotidianamente con Ichisuke, il figlio di un contadino. Se da un lato la vita agricola è tranquilla dall’altro il Giappone vive un enorme subbuglio politico. Un giorno i due incontrano Sawamura (lo stesso Tsukamoto), un abile ronin dai modi gentili. Sawamura resta nel villaggio per cercare altri potenziali guerrieri per formare una squadra e servire lo Shogun. Ma nel villaggio arrivano dei fuorilegge e la direzione delle loro vite cambierà drasticamente. Il regista giapponese è straordinario perché non realizza un vero film di samurai, per più di metà film non vediamo un duello, ma solo le cause e le conseguenze. Tsukamoto si interroga sul cosa vuol dire uccidere, un pensiero che i film di samurai non fanno quasi mai. Il protagonista è un uomo che si domanda su come possa togliere la vita a un’altra persona, anche se gli viene ordinato dal suo padrone. È un bel confronto col film precedente – Nobi, Fuochi nella pianura – dove c’è l’orrore assoluto della guerra e dove si uccide senza pensare. Ed è anche un confronto con la storia del cinema giapponese, in questi ultimi due film Tsukamoto porta il suo cinema inventivo, contemporaneo, folle, indietro nel tempo ma mantenendo tutta la sua originalità da grande autore.

da Venezia, Claudio Casazza

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