Venezia 76: prima e dopo la guerra con due film da Orizzonti

Alfredo Castro in Blanco en Blanco

Alfredo Castro in Blanco en Blanco

Dalla sezione Orizzonti arrivano due film molto interessanti, tra i migliori del festival, due film che parlano di morte, di quello che siamo stati e di quello che siamo. Due film sul mito che ci siamo costruiti con la guerra e sulla guerra stessa che percorre ancora il nostro mondo.
Blanco en Blanco è il nuovo film di Théo Court, regista spagnolo di origini cilene al suo secondo lungometraggio. Siamo all’inizio del ventesimo secolo, il fotografo Pedro (un inquietante Alfredo Castro, l’attore feticcio di Larrain) arriva nella Terra del Fuoco, un luogo violento e inclemente, per fotografare il matrimonio di un potente proprietario terriero di nome Porter. La sua futura moglie, ancora una bambina, diventa l’ossessione di Pedro. Nel tentativo di catturare la sua bellezza, egli rivela le forze del potere che dominano queste terre: ci sono proprietari terrieri assenti che finanziavano l’insediamento forzato delle colonie, è l’inizio della brutalità della società moderna organizzata e legittimata. Pedro è impossibilitato a fuggire e viene costretto a diventare complice della realizzazione di questa nuova società che sorge dal genocidio del popolo Selknam, gli indigeni del luogo. Chi ha scattato le foto di questi conquistatori? Chi ha preso parte a questi eventi come invisibile voyeur? È uno straordinario film sulla rappresentazione del mito della frontiera, Terra del Fuoco o America che sia, è un film sul potere delle immagini, il regista si pone delle domande chiare su chi detiene questo potere e come utilizza lo strumento per mettersi in mostra orgoglioso mentre stermina popolazioni. Blanco en Blanco è ambientato in un paesaggio lunare, sotto la neve, l’orizzonte è sempre a vista ma allo stesso tempo è un film claustrofobico, non ti fa respirare nonostante le pianure immense che vediamo continuamente. È un film che ci mostra un luogo che sarà presto segnato dalla barbarie e dalla sopravvivenza in condizioni estreme, il personaggio di interpretato in modo sublime da Alfredo Castro ce lo rende un film davvero inquietante.

Atlantis

Atlantis

Atlantis del regista ukraino Valentyn Vasyanovych è invece un film sul futuro, su quel che succede quando la guerra finisce. Siamo nell’Ucraina orientale nel 2025, paesaggi lunari e neve anche in questo caso: in un deserto inadatto alla presenza umana. Sergeij, un ex soldato che soffre di stress post- traumatico, non riesce ad adattarsi alla sua nuova realtà. La sua vita è a pezzi, il suo Paese in rovina, ma quando la fonderia in cui lavora chiude definitivamente, Sergeij trova un modo inaspettato di cavarsela, si unisce a dei medici che lavorano nel recuperare cadaveri di guerra per potergli dare una degna sepoltura. Può l’uomo imparare a vivere senza la guerra e ad accettarsi per quello che è?
Atlantis è una straordinaria spiegazione degli effetti della guerra tra Ucraina e Russia. È ambientato in un futuro vicinissimo, a un anno di distanza dalla fine dell’attuale guerra che ci si immagina sia durata altri cinque anni. I problemi del Donbas vanno dal declino economico alla catastrofe ecologica, infatti centinaia di miniere da cui un tempo veniva pompata l’acqua sono abbandonate e allagate. Tra qualche anno, non ci sarà più acqua potabile in questa regione e il Donbas si trasformerà in un deserto senza vita come Chernobyl.
È un film glaciale girato in maniera precisissima: inquadrature fisse al cui interno succedono tantissime cose, è quel che cinema che rinuncia al movimento insensato della camera ma fa incdere gli eventi con la distanza necessaria per raccontare una tragedia ancora in corso. È anche un film sul superare il trauma della guerra, sul riscoprire la vita, infatti registicamente Vasyanovych muove la camera solo in tre occasioni (un suicidio, un ritorno a casa e la riscoperta dell’amore), così ci mostra le possibilità del cinema di raccontare in modo sublime una storia sul dolore della perdita e sul senso di abbandono. Atlantis è un testamento per una terra destinata a non rifiorire più, devastata per sempre dalla guerra, ma ancora capace di accogliere uomini in grado di vivere.

da Venezia Claudio Casazza

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