Wajib – Invito al matrimonio

wajib_3Wajib è l’usanza di consegnare a mano gli inviti per un matrimonio. Siamo a Nazareth, città palestinese oggi sotto il controllo dell’occupante israeliano, una città sospesa in un eterno presente.
Abu Shadi, cattolico insegnante sessantacinquenne stimatissimo e in odore di promozione, aiutato dal figlio Shadi, architetto che vive a Roma con una fidanzata figlia di un dirigente dell’OLP, entrano ed escono dalle case di parenti e amici per notificare l’invito alle nozze della figlia di Abu Shadi. Una giornata intensa di incontri che per padre e figlio si trasforma in occasione per un confronto serrato tra posizioni diverse, dove rancori mai risolti tornano a galla in un crescendo di tensioni emotive che suggeriscono un conflitto intergenerazionale che brucia tanto nel padre, che da Nazareth non si è mai spostato, che nel figlio, che invece ha trovato in Italia la sua Terra promessa.
Con Wajib la regista e sceneggiatrice Anne-Marie Jacir pone questioni spinose che riguardano l’identità, l’appartenenza, l’accettazione dei compromessi di chi vive non solo a Nazareth ma in tutti i territori della Palestina storica adesso sotto lo Stato di israele. Lo scarto tra Abu Shadi e il figlio non è detto che rappresenti universalmente due generazioni di palestinesi, ma sicuramente coglie la sostanza di un dramma esistenziale che tocca in maniera di versa chi ha deciso di provare a convivere con l’invasore (così come viene percepito), sperando in una pacificazione che sembra sempre wajibpiù utopica, e chi ha preso la via dell’esilio sull’istanza di libertà e forte di un idealismo che in patria non ha trovato risposte. Padre e figlio si specchiano e si respingono in un confronto che apre e chiude una giornata particolare on the road, tesi in una dialettica che si intensifica visita dopo visita e che esplode quando Abu Shadi rivendica il diritto ad invitare al matrimonio un conoscente israeliano che potrebbe aiutarlo a diventare preside. Le questioni legate alla sudditanza e all’accettazione prona dell’occupazione determinano una frattura che pare insanabile e che riportano alla frustrazione del padre, che vorrebbe il figlio a casa e sposato con una nazarena cattolica, e alla disillusione del figlio che a Nazareth non vede che immobilità, sciatteria, cattivo gusto e, soprattutto, sconfitta: un popolo rassegnato e senza vitalità, divorato da una cancrena che avanza come i cumuli di immondizia o il moltiplicarsi di teli in plastica che nascondono antiche architetture.
Il regista e attore Mohammed Bakri, che qui presta il volto ad Abu Shadi, già interprete di Matrimoni e altri disastri, Private e La masseria delle Allodole, disegna un personaggio sfaccettato, contraddittorio, dolente, prostrato per necessità e amore verso i figli, soprattutto dopo l’abbandono del tetto coniugale da parte della moglie, che ha preferito seguire l’amante in America. Un personaggio fantasma, quest’ultimo, che aleggia in tutto il film, evocato e maledetto, proclamato eroe da Shadi (che nella vita reale si chiama Saleh Bakri e che di Mohammed è davvero il figlio), perché ha fatto propria l’idea del cambiamento, della “trasformazione di stato”, da pietra immanente a spirito volatile.

Il film vive di dialoghi istantanei e di istantanee sulla città, non cerca scene madri, svolte indimenticabili, e non svuota mai la sostanza della vita tutt’altro che straordinaria con toni da racconto esemplare. Semplice nella struttura si svolge come un nastro, sequenza dopo sequenza, verso un epilogo che lascia le posizioni immutate, ma la consapevolezza che dietro l’inconciliabilità ci siano ragioni che rendono più sfumato il confine tra ciò che è giusto e ciò che non pare esserlo, aprendo una strada che si sdoppia tra comprensione e compassione.

Alessandro Leone

Wajib – Invito al matrimonio

Sceneggiatura e regia: Anne-Marie Jacir. Fotografia: Antoine Héberlé. Montaggio: Jacques Comets. Interpreti: Mohammed Bakri, Saleh Bakri, Tarak Kopty, Maria Zreik, Rana Alamuddin. Origine: Palestina/Francia/Germania/Norvegia/Emirati Arabi, 96′. Durata: 96′.

Commenti

commenti