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Addio a Christopher Lee

lee1“Sono il Conte Dracula, sono immortale: vivrò per sempre”. Si dice che proprio con questo commiato Bela Lugosi, il primo Dracula della storia del cinema (anzi, il secondo dopo Max Schrek), si sia separato dalla vita, avvolto dal suo fedele mantello, la mente obnubilata dalle regolari, ormai necessarie, iniezioni di droga. Per Chritopher Lee si potrebbe dire la stessa cosa, suo malgrado. Lee non amava essere ricordato soltanto per le sue interpretazioni horror, tanto meno per quelle del perfido vampiro che finirono per etichettarlo, per relegarlo a una categoria che, in effetti, non gli apparteneva fino in fondo. Con i suoi novantatré anni splendidamente portati, Lee recitò complessivamente in 280 pellicole. Tanto per rendere l’idea, Totò si fermò a quota novantasette, Sordi lo superò a centoquaranta come interprete, diciannove nel ruolo di regista. Tognazzi a poco meno di centosessanta. Facendo quattro calcoli, si impiegherebbe quasi un anno di vita per vedersele tutte al ritmo di circa una al giorno, festivi esclusi. Per questo, verrebbe da dire, Lee arrivò a pubblicare ben quattro autobiografie e un’edizione ampliata dell’ultima. Il suo talento era tanto debordante da non potersi racchiudere in un volumetto per neofiti, una di quelle sintesi che trovi su Wikipedia e che ti devi far bastare; il suo personaggio andava esplorato, scandagliato, analizzato a tutto tondo, come dicono alle scuole medie, e il risultato non sarebbe mai stato completo. Forse la sua verve, la capacità di farsi duttile per il palcoscenico, di adattarsi a ogni tipo di pellicola, anche le più sciocche, si spiegava alla luce del suo cosmopolitismo, che lo portò a parlare correttamente otto lingue (in realtà con lo svedese, il russo e il greco ci andava soltanto d’accordo, preferiva italiano, spagnolo, francese e tedesco). Lee era nato a Londra, ma dopo il divorzio dei genitori, passò del tempo in Svizzera con la madre italiana, la marchesa di Sarzano Estelle Marie Carandini, nipote di un esule rifugiatosi in Austria per motivi politici, nonché celebre bellezza dell’epoca edoardiana e cugina dello stesso Churchill. L’altro cugino era invece l’ambasciatore Nicolò Carandini che avviò il bravo Lee alla Rank Organisation, società attiva nel campo dell’intrattenimento. La sua italianità era cosa bella e nobile, tanto che quando decise di approfondire la sua carriera di cantante, lo fece proprio con uno dei gruppi metal italiani più celebri oltremanica (e sconosciuto in patria), i Rhapsody of Fire.

lee 2Con buona pace delle sue interpretazioni, dei suoi ruoli minori e dei camei che spesso i registi gli concedevano (il più recente è Treno di notte per Lisbona di Bille August, dove indossava l’abito talare), la storia del cinema lavora per condensazione, finisce per sfrondare le sue filmografie, per potare i ramoscelli laterali, quelli che danno fastidio e non si capisce dove metterli. Sì, il cinema è gerarchico, piramidale, fondamentalmente ingiusto tanto con le sue stelle quanto con gli spettatori. Fa specie scartabellare i giornali web di mezza Italia, e anche del Canton Ticino, soltanto per vedere la sua faccia pittata come quella di Saruman ne Il signore degli anelli.  Di tutto il materiale girato, delle pellicole distribuite, delle maschere indossate, Lee ha guadagnato l’immortalità del vampiro grazie a quel principe Vlad e alle sue raccapriccianti abitudini. Prima del conte transilvano, fu il mostro di Frankenstein insieme all’amico e collega Peter Cushing (La maschera di Frankenstein, 1957), fu sergente per Nicholas Ray, fu capitano per Raoul Walsh accanto a Gregory Peck… ma a chi importa, ormai? Lui era Dracula il vampiro, la demoniaca creatura che in ogni film risorgeva come araba fenice, impalata, bruciata, addirittura annegata dai suoi persecutori. Lo era perché aveva il fascino romantico e sanguinario che un vampiro, anzi un conte, non può non possedere; lo era perché il suo volto non era privo della spigolosa compostezza dei britannici, ma conservava anche, come ossimorico contrasto, quell’infarinatura di italianità a renderlo profano, carnale, seduttore. Inoltre era brizzolato come il Dracula voluto da Stoker, cosa che nessuno (nemmeno Coppola con la sua orrida versione dei primi anni novanta) aveva saputo onorare nel modo più convincente. Sono ben dodici le pellicole in cui il nostro indossò il vestimento del conte, sette film della Hammer più cinque filiazioni che con la Hammer c’entravano poco ma che necessitavano di un appeal commerciale per far cassa. Riportare i primi sette sarebbe un atto di pedanteria, il lettore interessato potrà consultare qualsiasi sito web dove si raccontano vita, morte e miracoli della serie. Gli altri sono però più curiosi, a dimostrazione di quanto era libero, coraggioso e intraprendente il cinema dell’epoca. Il primo era Il conte Dracula (1969) di Jesús Franco con Soledad Miranda, il secondo Cuadecuc, vampir (1970) del catalano Pere Portabella: bianco e nero, sperimentale ; il terzo Controfigura per un delitto (1970) di Jerry Lewis, comico, dove il conte fa un’apparizione non accreditata; il quarto lo svedese Vem var Dracula? (1975) di Calvin Floyd, documentario televisivo sul vampiro più famoso della letteratura; e l’ultimo: Dracula, padre e figlio (1976) del francese Edouard Molinaro. Ce n’è per tutti i gusti.

lee3Lee è in fin dei conti divenuto il simbolo del cinema di genere. Certo meno dipendente dal fantasma del vampiro di quanto lo fu il suo predecessore, ma comunque debitore e rappresentate di una tradizione cinematografica, di una sensibilità popolare ormai estinta, che lo costrinse, guarda caso, a riciclarsi come caratterista per Tim Burton, uno che sta all’horror come Alvaro Vitali alla commedia di Monicelli. Scavando però sotto gli arzigogoli delle sue scenografie, scartavetrando sotto il caramello e lo sciroppo al mirtillo, si scopre che Lee ebbe ruolo importante nel cinema nostrano, le cinéma bis per dirla coi francesi, avendo egli recitato in Ercole al centro della terra (1961) di Mario Bava, La vergine di Norimberga (1963) di Antonio Margheriti, La frusta e il corpo (1963) ancora di Bava e addirittura La cripta e l’incubo (1964) di Camillo Mastrocinque (questo tratto dalla Carmilla di LeFanu). Roba che ormai in pochissimi conoscono, forse quasi più nessuno. Adesso, proprio per non fare dello sciovinismo di bassa lega, c’è da dire che nella prolifica filmografia dell’attore inglese ci sta dentro mezzo mondo, non soltanto quello italiano, ma quello che ha fatto il Cinema con la maiuscola, quello che si studia o che si studierebbe se la gente non avesse le fiction Rai da guardare. Terence Fisher, Freddie Francis e Roy Ward Baker, tanto per citare a braccio i più noti. Ma anche Robin Hardy di The Wicker Man (1973), di cui aveva curato la colonna sonora. Quando si parla di tutte queste cose belle, il cinema dei padri, le pellicole dei maestri, un cielo di stelle cadenti destinate a brillare nel ricordo, viene sempre in mente l’aforisma di Tom Gunning, critico americano. Per lui il cinema è come una grande casa dei fantasmi, abitata da attori ridotti a segni, immagini, ruoli che a ogni proiezione tornano uguali a se stessi. Proprio come l’anima del defunto che, non trovando pace o trovandola soltanto in ciò che in vita gli dette gloria più o meno duratura, riappare a occupare gli ormai silenziosi spazi del suo passato. Christopher Lee è di nuovo a casa. La sua morte è una continua restituzione, ciclica come l’esistenza, fantasmatica come quel suo personaggio che, trafitto, riarso, perseguitato nei modi più barocchi, si ostinava a non morire. Bentornato.

Marco Marchetti

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