È stato uno dei registi più estremi e uno di quelli che più ha colto l’essenza del cinema. L’ungherese Béla Tarr, morto all’età di 70 anni dopo una lunga malattia, era anche uno dei più amati dai cinefili. Un cineasta che incuteva timore, un po’ come il filippino Lav Diaz, per il rigore (e la durata) delle opere, anche se a livello personale non si risparmiavano e hanno sempre dedicato tempo e attenzione agli ammiratori e agli allievi.
Il tormentato Tarr, poco incline ai compromessi, dopo essersi ritirato convinto di aver esaurito quanto aveva da dire con Il cavallo di Torino (2011), si era dedicato all’insegnamento aprendo anche una scuola di cinema a Sarajevo.

Un cineasta unico e inconfondibile del quale si era parlato nei mesi scorsi in occasione dell’assegnazione del Nobel per la letteratura allo scrittore Laszlo Krasznahorkai, autore di Satantango, che rappresenta il capolavoro per entrambi: libro del 1985 che fu trasposto per il grande schermo nel 1994. Il film rappresentava il mondo alienato della campagna ungherese nel collasso della società comunista in una maniera nuova, nei quali i lunghi piani sequenza corrispondevano alle complesse frasi ricche di subordinate della pagina. Satantango è ambientato nella pianura dove tutto è orizzontale e regna la desolazione: la gente vive di truffe e furti, in attesa di un Messia che li salvi dalla pioggia torrenziale. Una pellicola di sette ore (premiata alla Berlinale del 1994, mostrata in Italia per la prima volta a Fuori Orario nel 1996 e poi in alcuni festival, esiste oggi in dvd e blu-ray in varie edizioni e lingue) che costituisce ancora un’esperienza unica di visione.
Krasznahorkai era già stato cosceneggiatore con Tarr di Perdizione (1987) e l’avrebbe accompagnato per le opere successive di una carriera poca prolifica: solo nove lungometraggi dal 1977, da Nido familiare in poi. Il Festival di Locarno contribuì a farlo conoscere per i suoi primi film: menzione speciale per Rapporti prefabbricati nel 1982 e Pardo di bronzo con Almanacco d’autunno nel 1984.
In Italia fu ospite più volte soprattutto al Bergamo Film Meeting che gli assegnò una Rosa camuna di bronzo per Perdizione nel 1988 e gli dedicò una bellissima retrospettiva nel 2002.
Gli ultimi film, a cominciare da Le armonie di Werckmeister del 2000 (tratto dal romanzo Melancolia della resistenza sempre di Krasznahorkai), sono codiretti con la moglie Ágnes Hranitzky, regista e montatrice che l’ha accompagnato quasi da inizio carriera.
Se la lentezza è uno dei primi elementi che si notano, bisogna andare oltre per cogliere la forza espressiva di un regista che ha sempre lasciato parlare le immagini, affidandosi più ai vuoti che ai pieni o alle sottolineature. Un autore che ha esordito giovanissimo e ha filmato l’evoluzione del suo Paese coniugando contenuti radicali con uno stile altrettanto estremo, andando verso l’asciuttezza dell’immagine. I suoi film combinano approfondimento sociologico e scavo psicologico, si svolgono sospesi tra un presente e un tempo indefinito, raccontano di emarginati, affrontano la povertà (non necessariamente economica) e una necessità di redenzione. E danno grande importanza alla natura e agli spazi, rendendo la forza del paesaggio e il suo impatto sul destino degli umani.
È parzialmente un caso a sé L’uomo di Londra (presentato in concorso a Cannes nel 2007) con Tilda Swinton, fedele al romanzo di Georges Simenon da cui è tratto. Un ferroviere è testimone di un furto e di un omicidio ma decide di far finta di nulla. In un bianco e nero inquietante, con la macchina da presa insinuante con i suoi avanzamenti quasi impercettibili, una ricerca formale che è anche ricerca morale. È un film di tempi dilatati, movimenti di macchina accurati e ricerca formale spinta agli estremi, con Tilda Swinton che lascia il segno anche con poche battute in ungherese.

L’ultimo lungometraggio, Il cavallo di Torino, vince il Gran premio della giuria, nonché il premio Fipresci della critica internazionale al Festival di Berlino del 2011. Il punto di partenza è il celebre episodio del cavallo e dell’impazzimento di Friederich Nietzsche, datato 3 gennaio 1889 anche se esistono diverse versioni. Tarr ne immagina il seguito con un film rigorosissimo, in bianco e nero, quasi senza dialoghi. Il destino dell’equino in una campagna poverissima dopo quel fatto: sei giorni nella vita di padre, figlia e cavallo, in una casa isolata e nel pieno di una tempesta di vento. Un padre anziano e una figlia mangiano solo una patata lessa ciascuno; il cavallo rifiuta il fieno; il pozzo si asciuga. Un film ipnotico e morale in bagnifica bicromia. Non era un regista ottimista, Béla Tarr, non si ingannava e non ci ingannava, era però un cineasta pieno di umanità e comprensione, che con il suo sguardo acuto coglieva l’essenziale, compresa l’amarezza.
Nicola Falcinella




