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Berlinale 76: a İlker Çatak l’Orso d’oro

Dopo giorni di polemiche sulla mancanza di politica, la 76^ Berlinale si è chiusa sotto il segno della politica. Niente di nuovo sotto il cielo berlinese, a maggior ragione con presidente di giuria Wim Wenders, anche se, dopo la conferenza stampa inaugurale in cui aveva cercato di separare cinema e attivismo, era stato accusato di non sbilanciarsi su Gaza. Ne era seguita la lettera aperta di oltre 80 cineasti di tutto il mondo, Tilda Swinton e molti altri, che contestavano al Festival di non prendere le distanze dal governo tedesco accusato di sostenere il genocidio in Palestina. Una situazione complicata, per la quale il regista si è appellato alla “complessità” con un discorso articolato sul palco della premiazione. “La lingua del cinema è empatica, può avere tanti toni diversi ed è complessa – ha affermato Wenders cercando di mediare -. Siamo però nell’era dei social che portano un linguaggio d’effetto. Abbiamo bisogno di tutti, di linguaggi diversi e complementari per cambiare le cose. La forza del cinema è l’essere resistente alla dimenticanza”. In conclusione la direttrice del Festival, la britannica Tricia Tuttle, ha aggiunto: “La Berlinale è sempre stata un posto per parlare e anche stasera c’è stato spazio per parlare. Difendiamo questo diritto e prendiamo posizione contro ogni discriminazione, razzismo o disinformazione”.

Intanto c’era stato il trionfo per la Turchia, con i due premi maggiori: l’Orso d’oro a Yellow Letters del turco-tedesco İlker Çatak, che era salito alla ribalta con La sala professori, e l’Orso d’argento Gran premio della giuria al solido dramma rurale Salvation di Ermin Alper ambientato in un villaggio dell’Anatolia.
La cerimonia, che si è protratta per due ore, si era riscaldata presto. A dare il La a dichiarazioni infuocate, la libanese Marie-Rose Osta premiata per il cortometraggio Someday A Child, seguita dal palestinese Abdallah Alkhatib vincitore della sezione Perspectives dedicata alle opere prime con Chronicles From The Siege che è salito sul palco con la bandiera. Un titolo esplicito, Cronache dall’assedio, accompagnato da parole ancora più nette: “la Palestina sarà libera fino alla fine del mondo e ci ricorderemo di chi è stato con noi e di chi è stato contro di noi”.
Curiosamente, ma non troppo, tra i 22 film in gara, ha vinto quello che più esplicitamente non distingue tra politica e arte. Yellow Letters racconta proprio come una coppia di teatranti – la moglie regista e il marito drammaturgo – finisca ostracizzata e senza lavoro per non essersi allineata ai desideri del governatore e aver espresso sui social le proprie idee. Una pellicola molto critica con il governo Erdogan, pur senza mai nominarlo, e la sua cerchia di potere.
Orso d’argento per la regia all’inglese Grant Gee per Everybody digs Bill Evans curioso e raffinato ritratto di un musicista che non si vede quasi mai suonare, mostrato più negli aspetti familiari a inizio anni ‘60 che nell’autodistruzione che arriverà.
La bravissima Sandra Hüller si ripete 20 anni dopo l’Orso come miglior attrice per Requiem nel 2006, l’attrice di Anatomia di una caduta, ha ritirato l’Orso per la miglior interprete per Rose, vicenda di un reduce di guerra che ruba l’identità a un soldato morto e rende chiari allo spettatore i traumi prodotti dai conflitti e da chi ne è coinvolto.
Doppietta, Orso d’argento premio della giuria e alla commovente coppia di interpreti non protagonisti Anna Calder-Marshall e Tom Courtenay, per Queen At Sea di Lance Hammer con Juliette Binoche protagonista. Un bel ritorno per il regista americano, ben 18 anni dopo il bel dramma familiare Ballast, presentato proprio alla Berlinale 2008.
La coproduzione italiana Nina Roza, scritta e diretta dalla canadese Geneviève Dulude-de Celles con Chiara Caselli in un piccolo ruolo, ha vinto l’Orso d’argento per la sceneggiatura.
Orso d’argento per il miglior contributo artistico al documentario sperimentale Yo (Love is a Rebellious Bird) di Anna Fitch e Banker White.
La giuria ecumenica ha scelto il messicano Moscas – Flies di Fernando Eimbcke, delicato e tenero rapporto tra una donna depressa e senza soldi e un bambino che cerca la madre malata, mentre la stampa internazionale Fipresci ha laureato il ciadiano Soumsoum – La nuit des astres di Mahamat-Saleh Haroun, altra opera contro tutti i pregiudizi. Entrambi i titoli sono stati tralasciati dalla giuria ufficiale, come pure The Loneliest Man in Town della coppia altoatesino austriaca Tizza Covi e Rainer Frimmel e We Are All Strangers di Anthony Chen, due tra i più belli e coinvolgenti della competizione.

da Berlino, Nicola Falcinella

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