Non ci si aspettavano fuochi d’artificio per l’avvio della 76ª Berlinale e così è stato. Il film d’apertura, No Good Men dell’afgana Shahrbanoo Sadat, racconta una storia interessante e importante, ha buone intenzioni, ma non va troppo oltre.
Siamo a Kabul nel febbraio 2021. Naru è un’operatrice video a Kabul Tv, l’unica donna in tale ruolo, ed è incaricata delle riprese di alcuni talk show in studio. La giovane si sta separando dal marito violento Samir e si occupa da sola del figlio di tre anni, Liam, che durante l’orario di lavoro affida all’asilo. La violenza dei mariti è un tema diffuso e se ne parla anche durante una trasmissione, quando un “esperto” afferma che le donne sono dei “fiori che perdono un petalo a ogni gravidanza”. Naru riesce a convincere il direttore ad accompagnare il collega Qodrat, che ha bisogno di un operatore per intervistare un alto esponente talebano, ma questi prende l’aver di fronte una donna per rifiutare di rispondere. Infastidito, il giornalista punisce la camerawoman lasciandola per le strade a raccogliere testimonianze e vox populi su San Valentino, ottenendo un risultato sorprendente: la protagonista riesce a far parlare le donne sulla loro visione dell’amore e delle relazioni e sulle loro condizioni. Naru si mette in luce e conquista spazio, anche se la maggior gratificazione è la richiesta del direttore della tv di filmare il suo imminente matrimonio, che sarà funestato da un terribile attentato suicida (era accaduto davvero alla stazione Tolo Tv nel 2016).
Il film è molto didascalico, spiegato, sottolineato, molto gira intorno alla frase del titolo (“non ci sono uomini buoni”), ovvero l’accusa agli uomini afgani di essere violenti, maschilisti e prevaricatori. C’è qualche strizzata d’occhio al pubblico occidentale, come la scena dei fiori sui titoli di testa e soprattutto quella comica del vibratore: la presenza della collega afgano-americana porta una visione delle cose un po’ più libera ma molto slegata dalla realtà retrograda di Kabul. Anche perché viene annunciato il ritiro americano, i talebani avanzano, il governo filo-occidentale sta per crollare e nessuno riesce a farvi fronte e non resterà che provare a scappare. Purtroppo il film non ha abbastanza mordente e pure poco ritmo, non aiuta che la regista sia pure interprete principale. La pellicola è stata girata in Germania, coinvolgendo la comunità afgana emigrata in Germania, ma anche questa soluzione contribuisce a rendere poco efficace l’insieme pur riconoscendo l’innegabile impegno e partecipazione nel ricostruire mesi così importanti. Le immagini della capitale afgana provengono dal documentario Under the Law of the Talibans.
Il concorso per l’Orso d’oro inizia invece con Gelbe Briefe – Yellow Letters del turco-tedesco İlker Çatak, chiamato a una conferma dopo il fortunato La sala professori. Curiosamente anche questa pellicola è girata in Germania pur essendo ambientata in Turchia nel mondo del teatro.
da Berlino, Nicola Falcinella




