Taglia il traguardo della 15^ edizione la rassegna Cinema svizzero a Venezia in programma da martedì 24 a venerdì 27 marzo a Palazzo Trevisan degli Ulivi della città veneta (info qui).
Un’iniziativa ormai consolidata articolata su quattro serate con sette film e vari ospiti, rappresentativi dei diversi generi, stili e istanze di una cinematografia vivace che resta ancora poco conosciuta. L’ingresso alle proiezioni è gratuito e i film saranno proposti in versione originale con sottotitoli italiani.

L’inaugurazione prevede Bagger Drama – La danza delle ruspe di Piet Baumgartner alla presenza dell’attore protagonista Phil Hayes. Un buon dramma familiare, presentato lo scorso anno alle Giornate di Soletta e tra i maggiori successi svizzeri internazionali della stagione, diviso in quatto episodi che si sviluppano nell’arco di quattro anni, anzi quattro estati. Una famiglia che possiede un’attività di noleggio e vendita di escavatori e che va in crisi dopo la morte della figlia Nadine. All’inizio Conny e Paul piantano un albero vicino al fiume, per ricordare Nadine nel punto in cui ha avuto un incidente in canoa. Presto emergono cose che covavano da tempo. L’altro figlio Daniel è omosessuale e ha una relazione segreta con un dipendente dell’azienda di famiglia, che però non vuole prendere in mano e gestire. Il padre canta in un coro e si invaghirà della nuova maestra di canto, mentre Conny, forse la più segnata dalla perdita di Nadine, va in crisi dietro il sorriso che mostra. Intanto l’esibizione con gli escavatori è uno degli appuntamenti più importanti e seguiti dei dintorni e l’abilità nel muovere le benne è fondamentale, tanto che il regista mostra come vengano usate per aprire una bottiglia di birra o come danzino nel cielo. Baumgartner mostra un’elaborazione del lutto e una crisi familiare con misura, senza appesantimenti, con il giusto carico di tensioni ma anche l’intenzione di lasciare una speranza.
Mercoledì previsto il documentario Blame di Christian Frei, a seguire Lo sguardo di Emma – À bras-le-corps di Marie-Elsa Sgualdo con Lila Gueneau, già alle Giornate degli autori della Mostra di Venezia 2025. Un’anteprima importante per un film che sarà nelle sale italiane dal 2 aprile. Siamo in Svizzera francese nel 1943. La sedicenne Emma vuole studiare da infermiera e sta in collegio dalle suore, mentre la madre, considerata problematica, è lontana per lavorare. La ragazza rimane incinta dello studente borghese Louis, con il quale si apparta durante una gita in montagna e che subito la abbandona. Per non restare, la ragazza sposa il giovane soldato Paul, impiegato di pattuglia nei dintorni, dove passano ebrei in fuga che spesso vengono respinti al confine. Una storia di emancipazione che prende una piega sorprendente mentre sale la tensione per la situazione bellica. Nel ruolo del prete Robert c’è Gregoire Colin.

Giovedì è in programma il documentario Naima di Anna Thommen, che sarà a Venezia per incontrare il pubblico. Naima Cuica è arrivata a Basilea dal Venezuela con il marito svizzero conosciuto là e le due figlie. Sono scappati 16 anni prima, quando “la situazione è diventata difficile” e la donna ricorda esattamente il momento. Quando perde il lavoro, la donna, ormai separata, non si perde d’animo e ricomincia daccapo, frequentando la scuola per infermieri. All’inizio condivide un appartamento, ma vuole sistemarsi, in maniera che le figlie (che sente al telefono e vede ogni tanto) tornino con lei. Il film è trascinato dall’esuberante e comunicativa protagonista, seguita per alcuni anni mentre riesce a cambiare vita. Un bel ritratto di donna e di emigrata fuori dagli schemi, che rimarca spesso le differenze tra i due Paesi e, quando c’è un problema o un’incomprensione, la addebita a un fatto “culturale”.
Nella serata anche l’on the road Ruäch – Rine Reise ins Jenische Europa, con la presenza dei registi Andreas Müller e Simon Guy Fässler a parlare della storia degli jenisch, a lungo perseguitati e visti anche in Lubo di Giorgio Diritti.
Chiusura venerdì con l’animazione Mary Anning e soprattutto con l’anteprima di Don’t Let The Sun di Jacqueline Zünd presentato in Cineasti del presente all’ultimo Festival di Locarno, dove ha ricevuto il premio di miglior attore per il georgiano Levan Gelbakhiani. Una coproduzione italo-svizzera con Agnese Claisse coprotagonista, girata a Milano, Genova e San Paolo del Brasile, mischiandone strade e architettura in maniera originale. Un apologo sulla solitudine metropolitana in un mondo surriscaldato nel quale i bambini possono uscire a giocare solo tra il tramonto e l’alba, illuminati dalle luci artificiali ed evitando le ore in cui batte il sole. Uno scenario fantascientifico in cui Jonah lavora per un’azienda che lo incarica di sostituire persone all’interno di famiglie “incomplete”: così diventa il figlio mancante di una coppia di anziani o il padre di Nika, concepita con inseminazione artificiale e cresciuta dalla madre single. Uno spunto visto in altre occasioni, il recentissimo Rental Family – Nelle vite degli altri di Hikari con Brendan Fraser e prima Family Romance, LLC di Werner Herzog, che la Zünd trasforma in un piccolo e toccante racconto sull’empatia, la comprensione e l’ascolto nonostante condizioni ambientali estreme.
Nicola Falcinella




