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City of God

Guardare City of God di Fernando Meirelles e Kátia Lund significa ricordarsi perché il cinema esiste: per scuotere, per travolgere, per costringere lo spettatore a entrare dentro un mondo che non può controllare e dal quale non può uscire indenne. È uno di quei rari film in cui forma e contenuto collassano perfettamente l’uno dentro l’altro, dove la grammatica cinematografica non è semplice strumento narrativo, ma diventa linguaggio
emotivo puro, una scarica continua di energia visiva e narrativa che trasforma la storia della favela in un’esperienza fisica. City of God ha quella rara capacità di raccontare il caos con una precisione quasi musicale. Non è solo la violenza a colpire, ma il modo in cui la macchina da presa sembra muoversi con la stessa fame e lo stesso impulso dei suoi personaggi, e ogni scena è costruita con una lucidità che contrasta con il mondo che rappresenta, facendo emergere un’eleganza involontaria dentro un ambiente che di elegante non ha nulla.
Dal punto di vista tecnico, il film è un manuale di regia: montaggio ipercinetico, uso magistrale del jump cut , macchina a mano, che crea un effetto di immediata immersione documentaristica, fotografia ad alto contrasto che alterna luce bruciante e ombre sporche, per restituire la sensazione di un ambiente costantemente sul punto di esplodere.
La costruzione narrativa è altrettanto potente: una struttura non lineare che utilizza flashback, montaggio parallelo e voice over come strumenti di orientamento dentro un universo volutamente caotico. Il pacing è aggressivo ma mai confuso, e dimostra un controllo totale del ritmo filmico, capace di alternare sequenze di tensione estrema a momenti di osservazione quasi intima dei personaggi. È cinema che respira, accelera e
rallenta come un organismo vivo.
Il film evita qualsiasi estetizzazione romantica della criminalità e costruisce invece un realismo sociale durissimo, radicato nella materialità degli spazi e dei corpi. La scelta di attori non professionisti aggiunge un livello ulteriore di verità performativa: i volti, i gesti, persino i silenzi sembrano appartenere più al documentario che alla fiction,
creando una zona grigia potentissima tra rappresentazione e realtà. Ne esce la sensazione di aver osservato un intero ecosistema pulsare, crescere e collassare davanti agli occhi, un universo narrativo dove la favela diventa un personaggio collettivo e dove ogni storia individuale è solo una variazione di un destino sociale più grande. È un cinema che non osserva dall’alto, ma vive dentro i suoi personaggi, che non giudica ma mostra, che non
consola, ma costringe a guardare. E forse è proprio questo che rende il film così indimenticabile: rimane addosso più per come guarda le persone che per ciò che racconta di loro. È un’opera che dimostra come il cinema possa ancora essere arte totale, linguaggio sociale e esperienza emotiva simultaneamente.
Non è solo un grande film: è uno di quei rari momenti in cui il cinema riesce a essere, contemporaneamente racconto, documento e ferita aperta nella memoria dello spettatore.

Edoardo Bertani

City of God

Regia: Fernando Meirelles, Kátia Lund. Sceneggiatura: Bráulio Mantovani. Fotografia: César Charlone. Montaggio: Daniel Rezende. Musiche: Ed Cortês, Antonio Pinto. Interpreti: Matheus Nachtergaele, Seu Jorge, Alexandre Rodrigues, Leandro Firmino da Hora, Johnathan Haagensen. Origine: Brasile/Francia/USA, 2002. Durata: 135′.

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