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Cronache dal 28° Far East: Ah Girl

L'opera prima di Ang Geck Geck Priscilla

Come mai gli adulti mentono sempre?
Questa pungente domanda, più volte pronunciata dalla bambina protagonista dell’opera prima di Ang Geck Geck Priscilla Ah Girl è emblematica nel ritrarre la complessità di relazioni, interazioni, drammi umani e confusione emotiva che accompagna la rappresentazione degli adulti, scrutati dagli occhi della bambina protagonista e della sua sorellina.
Un film dalla carica emotiva delicata e vibrante che riesce a miscelare il calore umano e le meschinità, i sotterfugi e l’inadeguatezza di adulti non pronti ai ruoli che dovrebbero ricoprire, in balia dell’incuria e di vite e relazioni disfunzionali, vittime e, al tempo stesso, carnefici di situazioni in cui si sono ritrovati e che hanno contribuito a mantenere. Attraverso gli occhi della giovane Swee Swee (Ong Xuan Jing, una bambina dal talento cristallino, capace di una mimica ed espressività assai rara) e di una macchina da presa posta ad altezza bambino, lo spettatore è portato ad adottare il punto di vista dell’innocenza, di un’infanzia che riesce a trovare la bellezza e la gioia anche nel degrado.
Solitudini, assenze genitoriali, mancanza di regole utili alla crescita e allo sviluppo delle piccole figlie, portano così Swee Swee, con i suoi sette anni d’età, ad interrogarsi sul senso profondo del comportamento di un mondo adulto che non funge né da modello né da riparo e quindi prende in mano lei stessa la situazione riuscendo ad alternare momenti in cui ancora ha ancora la possibilità di gioire delle semplici emozioni dei giochi dell’infanzia ad altri in cui si erge a protettrice della sorellina più piccola, in balia degli eventi e incapace di comprenderli oppure veste i panni genitoriali, prendendosi cura dell’ambiente in cui vive e coltivando gli affetti per le persone a lei care. Ne scaturisce un ingresso anticipato all’età adulta, ben simboleggiato dal paio di scarpette rosse col tacco che inizierà ad indossare e che la rendono una giovanissima Dorothy di Oz, in cammino sulla sua traballante “strada di mattoni gialli”, lastricata di pericoli e incomprensioni.
L’attenzione ai dettagli e la meticolosa ricostruzione di ambienti e scenografie (ci troviamo nella Singapore degli anni ’90) rendono questo affresco visivo ancor più genuino e fanno sì che lo spettatore sia portato a ritrovare un po’ della sua infanzia e di uno sguardo privo di sovrastrutture e preconcetti, avendo l’unico rammarico nel vedere la tenera protagonista vicino al momento in cui la perderà.
Compassione, comprensione, la dolcezza dei ricordi e la voglia di abbandonarsi al perdono saranno infine le sensazioni che accompagnano ai titoli di coda di questa sentita pellicola in concorso al FEFF28.

da Udine, Stefano Luppi

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