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Da Cannes 79 storie da altri mondi

Due storie di riscatto e buoni sentimenti da Haiti e Congo. Iniezioni di vita che sono arrivate nelle sezioni collaterali del Festival di Cannes provenienti da aree ancora molto poco viste sullo schermo.
Generoso ed energico è Marie Madeleine di Géssica Généus proposto in Cannes Prémière e proveniente dall’isola caraibica nota soprattutto per il grande cineasta politico Raoul Peck.
Généus, al secondo lungometraggio da regista dopo Freda, presentato sempre a Cannes in Un certain regard nel 2021, è anche l’interprete di Maria Maddalena, una prostituta che vive libera fuori dalle regole sociali e possiede poteri speciali, come quando sui titoli vola sopra la città. Di fronte al bordello abita il pastore evangelico Jacques, che condanna l’attività, sostiene che lo Stato lo permetta soltanto perché ci guadagna e porta in tribunale la tenutaria. Mentre ci si prepara al processo, si crea un rapporto inatteso e improbabile tra l’invasato e monocorde Jacques (che recita in continuazione il Salmo 23) e la travolgente Marie Madeleine. Le questioni politiche e sociali dell’isola sono più che uno sfondo, con la regista che piazza varie battute sulle ingiustizie e la mancanza di democrazia ad Haiti. Généus riesce a rendere con efficacia la vita sull’isola, la turbolenza, la precarietà, la necessità di arrangiarsi, lo spirito indomabile delle persone. Un film di tanta musica, danze, riti e voci, anche se, un po’ ripetitivo, reitera gli stessi episodi e ha poco sviluppo narrativo, risulta comunque coinvolgente e trascinante.

È una bella scoperta l’africano Congo Boy di Rafiki Fariala (all’opera seconda dopo Nous, étudiants!), presentato nella sezione parallela Un certain regard, e premiato per il migliore attore Bradley Fiomona Dembeasset nel ruolo del giovane protagonista. Il lungometraggio è stato prodotto da Marco Bechis di Karta Film e Daniele Incalcaterra di Makongo Films in collaborazione con Rai Cinema.
É la storia dal sapore autobiografico del diciottenne Robert, nato nel Congo orientale e fuggito con i genitori a causa delle guerre che affliggono quella regione. Il ragazzo è cresciuto a Bangui, nella Repubblica Centrafricana, e deve nascondere la sua origine congolese anche al suo migliore amico per il timore di essere espulso. Un romanzo di formazione avvincente con un giovane che cerca di diplomarsi per assecondare i desideri del padre carcerato come la madre. Robert cerca una rivalsa nel canto e nella musica, partecipa ai contest assumendo il nome d’arte di Congo Boy, cercando di essere finalmente accettato per quel che è e non essere costretto a un’esistenza da esule perseguitato come i genitori. Robert si occupa anche di crescere i fratelli più piccoli, svolge lavoretti saltuari per i quali è difficile essere pagati, come si esplicita nella scena iniziale in cui lava auto ma si rifiutano di ricompensarlo. Risalta pure la figura del padre, che l’adolescente si reca più volte a visitare, infermiere che sogna un futuro da medico per il figlio. Accrescono il realismo della storia i frequenti episodi di violenza, la caccia al musulmano e le notizie di politica e sulle elezioni imminenti.
Un buon film d’esordio, un romanzo di formazione abbastanza canonico ma sentito e appassionante. Sul tavolo il regista lascia domande aperte come: si resta sempre esuli o si può essere accettati?

Nicola Falcinella

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