È iniziata la prima giornata della 20esima Festa del Cinema di Roma (15-26 ottobre), ma la borsa shopper che gli accreditati come ogni anno attendono con ansia non verrà consegnata. Non è ancora pronta «a causa dei noti ritardi nei trasporti marittimi internazionali», recita un talloncino di cartone dello sponsor, consegnato con il badge per accedere alle proiezioni, che ha il cordoncino giallo, per far piacere ad un secondo sponsor.
Il tappeto rosso converge nello spazio ad anfiteatro della Cavea, la “piazza” dell’Auditorium progettato da Renzo Piano dove verranno proiettati la maggior parte dei film, e dove risuonano ad alto volume il valzer del Gattopardo, la colonna sonora di Mission (tra i film classici in programma), e altra musica.
Nello spazio ristoro, fantasiosamente rinominato foodopolis, si preparano spaghetti all’assassina e piatti pugliesi. Al bar dell’Auditorium si serve il solito caffè bruciato con un’insolita fretta (le bariste, nell’urgenza di sgombrare il banco, portano via le tazzine ancora mezze piene). Nella sala riservata ai giornalisti il sole picchia sui tavoli attraverso le vetrate schermate con tende a rullo nere solo per metà, c’è un banco dello sponsor cereali Kellog’s senza cereali, un frigo che viene rifornito di bottigliette d’acqua e alcune poltroncine proprio comode.
Un breve documentario sul fotografo Franco Pinna, autore dell’immagine scattata sul set di Giulietta degli spiriti scelta per la locandina della Festa, è relegato vicino ai bagni, dove viene proiettato in loop su un piccolo schermo. Eppure è interessante: vengono mostrate foto di scena, commentate da un’intervista d’archivio di Fellini e da un’inquietante voce di Pasolini ricreata con il voicecloning.

Il primo tappeto rosso dell’edizione è alle 14.30: poche persone osservano sfilare il regista Daniele Ciprì (del duo Ciprì-Maresco, sciolto da anni, adesso direttore della fotografia e autore di documentari), Cesare Bocci, dall’aria soddisfatta, Rossella Brescia, in abito e rossetto viola e occhialoni neri da sole (su un tappeto rosso in ombra). Assisteranno alla prima proiezione di Pontifex, seduti accanto al protagonista del documentario, l’arcivescovo Rino Fisichella, e a un cardinale con zucchetto e fascia porpora (che però saggiamente non hanno sfilato sul tappeto). Il film inizia con dieci minuti di ritardo perché si è dovuto attendere l’ingresso dei prelati con relativi codazzi, e anche di Gianni Letta e consorte.

Pontifex – Un ponte tra la misericordia e la speranza è sviluppato attorno ad un’intervista a Rino Fisichella, arcivescovo che si occupa di evangelizzazione. Su un terrazzo soleggiato, alle spalle la facciata della basilica di San Pietro, parla di temi di fede, facendo a volte considerazioni che suonano liturgiche, poco interessanti per i non credenti, e facendo a volte ragionamenti di interesse più generale, per esempio su come cambierà l’uomo a contatto con l’intelligenza artificiale, o sul problema del male in Dostoevskij. All’intervista si alternano momenti che sembrano concepiti per allungare il brodo: Rossella Brescia, nei panni della Speranza (?), si aggira in tunica e piedi nudi per le chiese di Roma per finire ad ammirare in estasi un Caravaggio; il mezzo busto di Cesare Bocci avvolto dal fumo che impersona il Mondo (!). Entrambi, con un terzo attore che non si capisce chi rappresenti, recitano lenti e teatrali testi pieni di retorica, più retorici di quanto lo siano le parole di Fisichella. Nel montaggio si inseriscono anche bei filmati in bianco e nero dell’Archivio Luce, che mostrano ciclisti arrivare al Giubileo nonostante le gambe infortunate dalla guerra, fedeli che pregano inginocchiati sotto la pioggia alla notizia di papa Giovanni moribondo, un papa che augura pace a tutti con un’enfasi quasi divertente, e altri momenti della storia del cattolicesimo recente. E poi i filmati di Vatican Media, che mostrano papa Francesco far visita a malati di mente, abitanti delle case popolari, anziani, bambini, che oggi sono cresciuti e ricordano di averlo incontrato. È un documentario di 73 minuti, ma che si percepisce molto più lungo, dove si sente aleggiare l’incenso da chiesa, con intermezzi eccessivamente teatrali che nominano Dio e Gesù più di quanto li nomini l’arcivescovo. Note positive: la storiella di una suora (ennesimo intermezzo) raccontata attraverso disegni piuttosto belli, che ricordano l’introduzione fiabesca di vecchi classici Disney, e una composizione notevole di Puccini, Crisantemi, messa a colonna sonora di una scena sul finale.
Alle 19 sfilano attori e registi del film di apertura della Festa, non in concorso, La vita va così.
Ambientato nel Sud della Sardegna, terra di autenticità da contrapporre alla Milano degli affari seguendo un vecchio cliché tuttavia valido, la commedia di Riccardo Milani racconta la storia di un pastore anziano e testardo che si rifiuta di vendere la propria casa-ovile – furriadroxus in lingua sarda – e fa così naufragare il progetto di costruire un resort di super lusso.
La vicenda è ispirata alla storia vera di Ovidio Marras di Teulada, morto il 6 gennaio dell’anno scorso a 93 anni. Pastore con la quarta elementare, nel 2010 si oppose a un conglomerato immobiliare, la Sitas srl (di cui facevano parte tra gli altri Caltagirone, allora vicepresidente di Monte dei Paschi, i Marcegaglia, i Benetton), che voleva costruire un resort di lusso a Capo Malfatano, sulla paradisiaca spiaggia sarda di Tuerredda. Marras arrivò a rifiutare 700 milioni di euro per la cessione del suo terreno, e anzi intentò una causa, che vinse, contro il consorzio immobiliare, colpevole di avergli chiuso la stradella lungo la quale conduceva al pascolo le sue mucche (in un piccolo momento di meta cinema, un personaggio del film racconta la storia del pastore cocciuto e commenta: «dovrebbero farci un film!»).
«Guardate che io non vendo. Questa è la terra di mio padre e del padre di mio padre e me la tengo e voi qui intorno non avete diritto di costruire. I soldi volano, ma la terra resta», disse Marras, parole quasi identiche a quelle pronunciate dal protagonista del film, il suo alter ego Efisio Mulas, interpretato da Giuseppe Ignazio Loi, 84 anni, di Terralba, un vero pastore sardo scovato da Milani provinando gente del posto.
Il film si regge sull’autenticità del suo protagonista, che non impersona ma è un pastore sardo (e facciamo finta di ignorare che a settembre lo stilista sardo Antonio Marras lo abbia fatto sfilare alla settimana della moda di Milano…). La sua non-recitazione, fatta di concise perle di saggezza brontolate in sardo, è molto efficace, e anzi rende evidente quanto i lunghi dialoghi degli altri personaggi siano spesso didascalici e retorici.
Loi, basso ingobbito rugoso e con un grugno perenne, si oppone a Diego Abatantuono, matronale immobiliarista milanese, che manda a contrattare con il pastore il capo cantiere palermitano Aldo Baglio: le sue solite gag fisiche, senza le spalle interlocutorie di Giovanni e Giacomo, cadono un po’ nel vuoto, ma è invece credibilissimo nel suo momento clou da antagonista, quando dà il via agli scavi davanti alla casa del pastore compiacendosi perfido di fargli sentire la “musica” delle escavatrici, in una scena dove gli ulivi sradicati e la terra ribaltata quasi commuovono.
Nella sua battaglia per rivendicare il diritto a restare «a domu mea», a casa sua, Efisio è affiancato dalla figlia Francesca, interpretata da Virginia Raffaele, con un accento sardo credibilissimo (almeno per chi è «del continente»). Receptionist al mattino e custode del padre al pomeriggio, del quale traduce il dialetto strettissimo, davanti al quale smista i paesani venuti a lamentarsi della sua cocciutaggine che non permette al paese di Bellesamanna («ha la bellezza nel nome») di svilupparsi economicamente grazie ai progetti dei milanesi. Le scene in cui lo accudisce senza farsene accorgere sono tenerissime, come quando si prepara una brandina nella stanza accanto a quella del padre di poche parole, che in mutandoni e canottiera sta per andare a letto. Raffaele e Geppi Cucciari, che appare in un piccolo ma fondamentale ruolo, interpretano in questo film due donne dall’atteggiamento dritto, senza remore, che non spesso viene concesso ai personaggi cinematografici femminili (anche se Cucciari si lascia andare qualche volta di troppo a un’espressione inutilmente ispirata, da vecchia saggia).
I personaggi del paese sono quasi favolistici nella loro stilizzazione – il barista, il farmacista, la bottegaia, il prete, … – ma rendono bene un ambiente di provincia guardato con nostalgia (gli anni a cavallo tra i 90 e i Duemila sono già lontani) ma ricostruito realisticamente, senza idealizzazione.
La colonna sonora è il suggestivo e ricorrente beatbox di Moses Concas, musica tradizionale sarda dal ritmo contemporaneo: i titoli di coda scorrono su Concas che suona la sua armonica a bocca in mezzo a tutti gli attori, in piedi nella piazza di Bellesamanna, che guardano fissi in camera (e poi ballano) con la sfrontatezza fiera che è la caratteristica di ogni personaggio, e, sembra dire il film, di ogni sardo.
da Roma, Roberta Bennato




