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Divine Comedy

Nel pieno delle proteste in Iran contro la Repubblica islamica, arriva nelle sale italiane Divine Comedy di Ali Asgari, presentato nella sezione Orizzonti dell’ultima Mostra di Venezia. Un film che costituisce il complemento in commedia del drammatico Kafka a Teheran, il precedente lungometraggio di Asgari: due film legati tra loro e non solo per una battuta di un funzionario del regime che critica l’altra pellicola. Si tratta di un nuovo atto d’accusa all’ottusità, alla misoginia, all’ipocrisia del governo, oltre alla limitazioni della libertà.
Protagonista è il regista Bahram Ark, appartenente alla minoranza d’origine turca, che percorre la capitale su una Vespa rosa con la produttrice Sadaf. Si dirigono al ministero per incontrare l’alto funzionario Chegidi e ottenere il permesso per proiettare il nuovo film, da poco terminato. Sadaf porta i capelli blu (parlando i due citano La vita di Adèle di Kechiche), indossa il casco ma non l’hijiab, così non partecipa all’incontro, nel quale Ark cerca di farsi valere e capire, ma si ritrova a sbattere contro un muro di gomma. Una scena che rimanda a Kafka a Teheran anche nel non mostrare mai il burocrate, che fa richieste sempre più assurde, come eliminare i dialoghi in turco e pure le scene in cui è presente un cane. Chegidi non vuole sembrare troppo ostile con l’interlocutore e lo lusinga affermando che è “uno dei 10 migliori registi al mondo”, ma questi, deciso a difendere la pellicola come l’ha concepita e realizzata, non accetta tagli o compromessi.
Bahram e Sadaf, ingegnosi e tenaci, riprendono così la strada e si rivolgono ad altre persone – un amico esercente, un attore televisivo, una ricca signora con un cane che a volte ospita amici a casa per vedere dei film – per raggiungere il loro obiettivo, la proiezione del loro lavoro. In aggiunta c’è il gemello del protagonista, Bahman, che, dopo gli inizi insieme con ambizioni artistiche, ha intrapreso un percorso diverso divenendo un regista di successo che realizza opere commerciali. Tra i due c’è un rapporto di sostegno reciproco e di provocazioni (anche su Godard e Kiarostami), oltre che un ricordo dei tempi giovanili che dipinge anche un quadretto ironico della cinefilia in Iran.
Asgari utilizza il suo alter ego sulla scena per raccontare le difficoltà a lavorare nel suo Paese (gli è stato impedito anche di venire in Italia per accompagnare l’uscita del film). Bahram si sente in purgatorio e cita più volte la Divina Commedia, da cui il titolo, oltre a Joyce, Kafka e il primo Matrix che spinse i fratelli a chiedere al padre di acquistare un lettore dvd.
Divine Comedy è quasi un’odissea cittadina, una commedia che prende di mira il potere, i suoi abusi e le sue contraddizioni. Un fermo atto di opposizione cinematografica e di accusa al regime, come i precedenti di Asgari, che qui prende come riferimenti evidenti il connazionale Mohsen Makhmalbaf e Woody Allen (anche per la musica jazz). C’è pure un po’ di Nanni Moretti, non solo per la Vespa, ma pure l’insistenza del protagonista, la convinzione e quel misto di pieno di sé e autoironia. Un buon lavoro nel quale i momenti comici (come nella scena della cocaina) e i toni più leggeri non stemperano il messaggio chiaro e diretto che il regista vuole mandare.

Nicola Falcinella

Divine Comedy

Regia e sceneggiatura: Ali Asgari. Fotografia: Amin Jafari. Montaggio: Ehsan Veseghi. Interpreti: Bahram Ark, Sadaf Asgari, Amirreza Ranjbaran, Hossein Soleimani, Mohammad Soori. Origine: Iran/Italia/Francia, 2025. Durata: 98′.

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