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Due procuratori

Il ritorno al film di pura finzione di Sergei Loznitsa comincia con un evento che ha quasi del magico, un piccolo miracolo: tra le migliaia di lettere dei detenuti politici nella prigione di Bryansk, dirette alle diverse procure regionali o addirittura a Stalin, ma sistematicamente bruciate dalle autorità dell’NKVD, una sola, scritta con il sangue da un anziano intellettuale membro autorevole del partito, arriva al giovane procuratore Kornyev, laureato da appena tre mesi. Non è dato sapere come la missiva riesca a valicare il labirinto di corridoi e celle che isolano il settore numero 5 del carcere di massima sicurezza di Bryansk dal resto del mondo.
Siamo nel 1937, il terrore staliniano è all’apice, sorretto da un sistema capillare in cui ai posti di potere ci sono – così come li descrive l’anziano detenuto – burattini ignoranti e cialtroni, arrivisti senza qualità e traditori dei principi fondanti del partito comunista. Le epurazioni dei vecchi quadri sono all’ordine del giorno, innocenti vengono arrestati, accusati di cospirazione e torturati perché firmino delazioni o dichiarazioni di colpevolezza. Kornyev, ingenuo idealista, chiede e testardamente ottiene di poter parlare con il detenuto che denuncia gli abusi dell’NKVD (il Commissariato del popolo per gli affari interni). Convinto di operare in uno stato di diritto dove i compagni sono tutelati dalla fede ideologica, il giovane procuratore parte per Mosca per informare il procuratore generale. Ottenuta udienza, sembra trovare un interlocutore affidabile. Sembra…

Tratto dal racconto di Georgy Demidov, Due procuratori è un agghiacciante rappresentazione della macchina del potere centralizzato e piramidale, nonché del sistema di connivenze che lo tiene in vita. Costruito su due macrosequenze, la prima ambientata nel carcere di Bryansk, la seconda a Mosca nella sede della procura centrale, il film dichiara da subito il proprio intento: porre lo spettatore nella sgradevole condizione del topo in trappola. Il formato in 4:3, la fotografia desaturata, l’austerità degli ambienti, sono una guida estetica all’interpretazione di un racconto che stringe intorno al protagonista, soffocandolo lentamente nei meandri della burocrazia di stato e degli spazi claustrofobici detentivi.
Il tema è caro a Loznitsa (ripenso a un documentario come Process), l’incontro con Demidov, tra le pagine del suo romanzo, folgorante. Lo scrittore, arrestato nel ’38 in Ucraina, a Karkhiv, accusato di attività controrivoluzionaria e costretto ai lavori forzati nei gulag, è stato testimone delle violenze perpetrate dalle marionette di Stalin nei campi di lavoro; il sistema di abusi con cui il regime teneva sotto scacco i possibili oppositori lo conosceva bene.
Il regista incardina l’azione da protocollo di Kornyev in un contesto per nulla chiaro, dove ancora c’è chi pensa che ogni funzionario agisca in aderenza con la base del partito, mentre la realtà era tutt’altra e definiva via via gli ingranaggi di una macchina autoritaria perfezionata in ogni distretto.
Gli spazi del film sono quasi tutti interni, labirintici, come si diceva, tanto il carcere – dove il regista non ci risparmia i passaggi attraverso lugubri corridoi, porte ferrate, strette scale, anticamere di celle/inferno -, quanto il palazzo del procuratore – dove pure ci si perde e i funzionari che lo abitano appaiono come automi – luogo kafkiano, e non poteva essere diverso. Da una parte la violenza fisica, dall’altra quella della burocrazia; dal marcio delle pareti sudicie, all’eleganza neoclassica del palazzo di Stato, che seppure in aperto contrasto visivo ha un’atmosfera altrettanto allucinatoria. Sono entrambi luoghi che Loznitsa disegna con geometrie precise, mostrando lo stretto necessario, perché si possa intuire sempre un altrove insidioso immerso nell’ombra. La sala d’aspetto che precede l’ufficio del procuratore generale viene svelata lentamente, per scoprirla bagnata da una luce mai vista prima e colma di uomini in coda, tutti seduti, seriali anche nell’abbigliamento. L’andirivieni che scandisce il passare del tempo è sottolineato da suoni e rumori di suole, di cigolii di porte, di vociare, come in un film di Tati, un Playtime dell’orrore (andate a rivedervi Hulot nel labirinto di uffici che cerca invano di intercettare un impiegato).
Kornyev non è però una figura comica, piuttosto la sua parabola porta con sé la tragedia di un popolo intero sottomesso a una dittatura tra le più spietate del 900. La sua tenacia, la buonafede, la certezza in una legge giusta e inappellabile lo trasformerebbero in un eroe bolscevico a cui dare credito da spettatori in sala in cambio di un lieto fine, non fosse altro che la verità di quel tempo narrato, di quel luogo fotografato, così lontani (ma davvero poi tanto lontani?), lo trasformano in un idiota.

Alessandro Leone

Due procuratori

Regia e sceneggiatura: Sergei Loznitsa. Fotografia: Oleg Mutu. Montaggio: Danielius Kokanauskis. Interpreti: Alexander Kuznetsov, Anatoliy Belyy, Aleksandr Filippenko, Vytautas Kaniusonis, Valentin Novopolskij, Ivgeny Terletsky. Origine: Francia/Germania/Olanda, 2025. Durata: 117′.

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