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Father Mother Sister Brother: il Leone di Venezia 82

Father Mother Sister Brother.Tutti gli elementi di una famiglia tipo compaiono nel titolo del film di Jim Jarmusch, vincitore un po’ inatteso del Leone d’oro dell’82^ Mostra d’arte cinematografica di Venezia. In realtà il titolo mette in fila i protagonisti dei tre episodi in cui è diviso, rispettivamente Father, Mother e Sister Brother. Storie distinte ambientate la prima nella provincia del nord-est degli Usa, la seconda in Irlanda e l’ultima a Parigi.

Jeff ed Emily (Adam Driver e Mayim Bialik), fratello e sorella quarantenni, viaggiano in auto per recarsi a trovare il padre Jeff (interpretato da Tom Waits) che vive isolato tra i boschi. L’anziano sembra tirare avanti in modo precario in un edificio malmesso, tanto figlio lo aiuta anche con soldi, ma forse nasconde qualcosa.
Nella seconda storia due sorelle raggiungono la madre nell’appartamento di Dublino per il loro appuntamento annuale, poche ore da trascorrere insieme davanti a un tè e dei dolci: dopo tanto tempo lontane anche loro tengono celato qualcosa, soprattutto la minore Lilith (Vicky Krieps), senza un quattrino tanto che è costretta a fingere un tenore di vita che non ha. La maggiore Tim è interpretata da una quasi irriconoscibile Cate Blanchett, mentre la madre è un’impenetrabile Charlotte Rampling da manuale, sempre sul filo tra la freddezza e la vicinanza.
Infine sorella e fratello gemelli afroamericani Skye e Billy (Indya Moore e Luka Sabbat) si trovano a Parigi dopo la morte dei genitori in un incomprensibile incidente aereo sulle Azzorre. Insieme vanno a visitare il vecchio appartamento ormai svuotato e nel garage stipato di tutti gli oggetti di famiglia, su cui dovranno decidere se disfarsene o conservarli.

Gli episodi sono all’insegna del minimalismo, scritti e diretti in maniera asciutta e senza fronzoli. Il tema è la famiglia nei suoi tanti aspetti, che Jarmusch ha saputo esplorare in diversi lavori precedenti, qui soprattutto affrontando questioni del passato rimaste irrisolte, sempre tra un filo di cattiveria e un tentativo di comprensione, anche se prevale un sincero volersi bene al di là dei difetti. Forse è questo calore, che si nasconde come un piccolo resto di brace sotto la cenere di una messa in scena geometrica e precisa, a distinguere il film da tante pellicole nichiliste, o quantomeno troppo disincantate, che circolano oggi. Jarmusch parla di incomunicabilità e affetti, segreti e piccole bugie, distanze e oggetti da conservare e tenere cari.
Le storie distinte sono legate in filigrana dal tocco del regista, tra battute che si ripetono, oggetti (i libri, le auto, gli orologi, le fotografie) che ritornano e il tormentone del brindisi senza alcolici, bensì con acqua, tè o caffè.
Alfiere del cinema indipendente americano degli anni ‘80 e ‘90, il cineasta è a suo agio con la struttura episodica, come pure in Coffee and Sigarettes, l’unico suo precedentemente presentato a Venezia, nel 2003 fuori concorso. Si ride e soprattutto si sorride un po’ amaro, in una commedia che forse non sarà un grande film e neppure il più originale o potente visto alla Mostra, ma è un bel tassello di una poetica personale e preziosa, un lavoro meno scontato di come possa apparire.
Rispetto al suo solito, il rocker Jarmusch utilizza poche canzoni, ma belle e molto azzeccate (Spooky nelle due versioni di Annika Henderson e di Dusty Springfield e These Days di Annika Henderson), come se volesse abbassare i toni e lasciar parlare anche i silenzi e i rumori, un film più raccolto e intimo. Un Leone che ruggisce a bassa voce.

da Venezia, Nicola Falcinella

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