Fuori concorso alla Festa del Cinema il primo film scritto e diretto dalla sceneggiatrice Ludovica Rampoldi, Breve storia d’amore, racconta la storia di Lea (Pilar Fogliati) che in un bar conosce il sismologo Rocco (Adriano Giannini) e ne fa il suo amante. Lea però ha una figlia e una relazione con l’attore Andrea (Andrea Carpenzano), e Rocco è sposato con la psicoterapeuta Cecilia (Valeria Golino).
Dramma romantico sospiroso standard, si anima un po’ quando Lea comincia a comportarsi da stalker, ma i piccoli elementi che fanno sperare in un’evoluzione thriller della trama (per esempio: Lea compare in luoghi in cui non dovrebbe essere, Cecilia ha l’hobby del poligono) vengono abbandonati a se stessi, lasciati senza sviluppo. Appare (più volte) la proverbiale pistola di Checov, ma non viene fatta sparare, e il tutto finisce per essere un classico confronto verboso tra amanti, con un tentativo a tratti imbarazzante di fare ironia sul finale (nel bel mezzo di una lite, Fogliati dice «belle tette» a Golino, Golino dice a Fogliati «devi farti vedere da uno più bravo di me, da un luminare!»).
Breve storia d’amore è l’ennesimo film su quanto sia deprimente la vita matrimoniale, sui romani, sui borghesi (anche se la borghesia non esiste più da mo’, come direbbero appunto i romani) che rimuginano costantemente sulle proprie nevrosi in quella che sembra un’interminabile seduta di terapia. Ci si aspetterebbe che da tanto rimuginare nasca qualche considerazione interessante, e invece i dialoghi (conditi dalle solite occhiate intense che piagano la recitazione italiana) abusano dell’allusione, del non detto e della metafora, con associazioni di idee ritrite: il formicaio che rappresenta una mente complessa, la barca di gioventù che rappresenta la rinascita, la moto che rappresenta la crisi di mezza età (!).
Emerge a tratti il tentativo di essere originali almeno nelle ambientazioni: la protagonista cammina tra gli ambienti avveniristici (ehm) del museo Maxxii di Roma, il co-protagonista viene mostrato a Napoli non tra pizze e sfogliatelle bensì tra avveniristici (doppio ehm) grattacieli (anche se infine è stato evidentemente impossibile resistere alla tentazione di inquadrare il malinconico sguardo di Giannini con sfondo il mare del Golfo, forse perché, a voler pensar proprio male, l’azzurro del mare richiama l’azzurro dei suoi occhi). Ma alludere alla modernità inquadrando dei grattacieli e un museo di arte contemporanea fa l’effetto di un fumetto anni Novanta, dove si immaginava il Duemila con astronavi e macchine volanti: una visione ingenua, quasi infantile, senza un’intuizione sulla complessità del contemporaneo. Tutto il film appare (inconsapevolmente?) legato a un’idea di mondo iper locale e antiquata, che essendo incapace di dire qualcosa di universale e attuale, cade in una noiosissima involuzione tematica e stilistica (se proprio vogliamo parlare di stile! Non c’è un’idea d’insieme, gli attori sono isolati nella propria recitazione, che non ha nessuna tonalizzazione sul film).
I personaggi non hanno complessità, si muovono spinti dalla pulsione primaria dell’attrazione sessuale (nel film si sente spesso la parola amore, ma se ne vede poco), che per di più trova il suo scopo essenziale, nichilisticamente, nell’anestetizzazione dalla paura della morte (alla quale si allude inquadrando un teschio, sic!).
In questa versione animata della posta del cuore (ma esistono ancora?) non sembra perciò un caso che la protagonista lavori proprio per una rivista femminile (in via di estinzione), e che alla fine la si veda alla presentazione di un libro scritto da lei – su cosa? Esatto, sull’amore. Scena che, coerentemente con lo spirito di tutto il film, riduce la letteratura, e cioè la riflessione complessa sul reale, a superficiale aneddoto situazionista, incapace di incidere su una vita persa in beghe sentimentali inautentiche perché irrimediabilmente stereotipate. Questi personaggi chiacchierano molto ma non dicono nulla, sono sempre in compagnia di mariti amanti eccetera ma trasmettono solo una deprimente sensazione di solitudine. Più che un film brutto, è un film sbagliato.
È invece un film forse brutto, nel senso di sgradevole, ma giusto, L’Accident de piano del regista francese Quentin Dupieux, presentato in concorso. Adèle Exarchopoulos (La vie d’Adèle) è un’influencer congenitamente insensibile al dolore, che posta video in cui tortura sé stessa, alle prese con una giornalista.
L’Accident de piano si colloca esplicitamente e con sfrontatezza in quella wave di cinema distopico e colorato, splatter e assurdo, iper contemporaneo, il cui massimo rappresentante è Yorgos Lanthimos. Un genere dove la messa in scena iper ricercata e pop è al servizio di un moralismo intransigente, che giudica e condanna quel che mette in scena senza possibilità di equivoco (e forse è questo moralismo che ha spinto un vecchio critico a lasciare la sala a metà proiezione, irritato da quello che ha definito un film «fascista e qualunquista»). La critica passa attraverso il disagio, il disgusto quasi, in balia del quale viene lasciato lo spettatore, che è lo stesso disagio che evidentemente affligge il regista: non ci viene risparmiato niente, né la sgradevolezza della protagonista Magalie – sguardo ottuso, risate simili a grugniti, mangia solo del viscido yogurt che aspira rumorosamente da un cucchiaio –, né la violenza delle torture alle quali si sottopone solo per far soldi – si infilza con un rompighiaccio, si batte un martello sulla mano, si fa cadere addosso una lavatrice –, né la stupidità dei suoi ammiratori – poveri, sporchi, grassi, violenti, eccitati sessualmente da una foto di Magalie –, né la sconfitta assoluta dei buoni sentimenti incarnati dalla giornalista – no spoiler –, né l’orrore di un mondo che è mosso solo dall’avidità – non a caso l’ultima parola pronunciata da Magalie alla fine del film è «argent», denaro.
Exarchopoulos non si risparmia, imbruttendosi e incarnando senza remore la perfidia di questo personaggio di degrado assoluto. Dupieux mostra tutta la violenza del suo pessimismo, rendendolo il suo un film difficile da sopportare, ma con il grande merito di avere una tesi, di saperla sviluppare – forse, a tratti, grossolanamente – e di saperla trasmettere a chi guarda senza ambiguità. Starà poi allo spettatore giudicare della validità delle sue affermazioni, ma di certo una domanda è stata posta.
da Roma, Roberta Bennato




