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Festa del cinema: il giorno di Virzì e Alfieri

Nel terzo giorno della Festa del Cinema sono stati proiettati, di seguito, due film dal titolo simile, due film che parlano della provincia italiana, che però partono da premesse opposte e che arrivano a esiti opposti. 40 secondi di Vincenzo Alfieri, basato su un vero caso di cronaca del 2020, è ambientato nella provincia laziale, il luogo dove maturarono le personalità dei fratelli Bianchi, gli assassini del giovane Willy Monteiro. Cinque secondi di Paolo Virzì, invece, è ambientato in una non meglio specificata provincia toscana, neanche troppo velatamente presentata come il luogo dove si nasconde e conserva un’Arcadia in esplicita opposizione alla città, alla Milano da dove approda l’avvocato interpretato da Valerio Mastandrea.

40 secondi ricalca uno schema già visto nel tema, la ricostruzione di un fatto di cronaca nera, e nella struttura, l’avvicinarsi al fattaccio attraverso il punto di vista di vari personaggi. Ma nonostante la trama sia inevitabilmente nota allo spettatore, rimane un film con una costruzione della suspence efficacissima. Avanza a ritmo serrato grazie ad un minuzioso gioco di non detti e allusioni, che rende lo spettatore avido di saperne di più, non tanto sui fatti (poiché già tristemente noti), quanto piuttosto sulla trama psicologica dei personaggi.
Infatti tutti, e non solo gli assassini, sono da subito immersi in un’atmosfera allucinata, sopra le righe (e però sempre realistica) che dà l’idea di una nevrosi condivisa di cui si attende lo sfogo. La messa in scena è cupa e straniante: i giovani amici e conoscenti di Willy e dei fratelli Bianchi frequentano discoteche con luci fredde e violente, squallidi ambienti domestici, piazze paesane con sgargianti ombrelloni sotto cui riposano grassi e sudati pensionati. I primi piani insistiti, soprattutto nella prima parte del film, mostrano occhi sgranati e mascelle tese, immagini della frustrazione che assilla tutti i personaggi – bravissimo in questo senso è Francesco Gheghi, che interpreta il (futuro) colpevole con la personalità più ambigua, passivo o aggressivo a seconda dell’interlocutore, recitando in sottrazione, anche solo con la postura o il silenzio di un momento.
I ragazzi e le ragazze parlano una lingua perfettamente aderente a quella reale dei venti-trentenni di qualche anno fa, di una certa parte d’Italia, con un certo accento (ai non laziali sembrerà il solito accento romano, ma si sentono benissimo le piccole differenze di pronuncia che denunciano immediatamente l’origine non-cittadina). Fanno riferimenti precisi alla pandemia, usano certi inglesismi, lo sfottò cameratesco dei gruppi di maschi e la solidarietà difensiva dei gruppi di femmine sono descrizioni accurate di un modo di vivere reale.
Il film scava in un’apparente banalità creando uno spettacolo che intrattiene molto. I personaggi, per quanto disturbanti e problematici, non sono mai noiosi. E nel film persino i fratelli Bianchi sembrano avere una consapevolezza di sé, un’intenzionalità nell’agire, che però in ultima analisi è un fraintendimento del fatto di cronaca: la loro è stata una violenza clamorosamente ottusa (come emerge dai filmati processuali, uno dei quali messo in conclusione al film), e forse l’unico – ma importante – difetto di questo film è il non aver saputo «filmare» il vuoto della banalità del male (per usare una formula ritrita), ma avergli dato una brillantezza di toni e caratteri che ne travisa la natura.

Cinque secondi

Cinque secondi di Paolo Virzì è sicuramente un film più luminoso rispetto a quello di Alfieri. L’usuale ironia del regista è presente anche qui, come in ogni altro suo lavoro, anche se questa volta sembra rimanere più in superficie, come se fosse una stanca abitudine retorica dei personaggi incapace però di modificarne la visione del mondo. Un bel pezzo della prima parte se ne va in un lento – forse troppo lento – processo di svelamento dell’identità del protagonista: Mastandrea è un uomo che vive ritirato nella scuderia di una villa di campagna abbandonata. Evita qualsiasi contatto umano, mangia su un tavolo ricoperto di avanzi, si stende sul letto senza nemmeno togliersi gli scarponi. La sua depressione verrà spiegata dall’irrompere in scena di Valeria Bruni Tedeschi (che sembra fare sempre lo stesso personaggio svampito e caotico): i due erano soci di un grande studio di avvocati (Marziali & Sereni, un nome allusivo un po’ da fiaba), fino a quando Mastandrea ha scelto di isolarsi dal mondo a causa della morte della figlia, evento di cui è stato in parte responsabile e per il quale deve affrontare un processo. Vengono così introdotte la serie di scene in tribunale, spazio in cui Mastandrea rielabora il suo trauma gradualmente, udienza dopo udienza. La «guarigione» dell’avvocato Mastandrea avviene però non nel mondo della città, ma in quello della campagna, grazie ai suoi vicini di casa, giovani idealisti intenti a ridar vita a un vigneto abbandonato, e soprattutto grazie alla loro capa carismatica, una contessina selvaggia e incinta che Mastandrea aiuta e protegge, facendo quello che non ha saputo fare con la figlia.
Le scene tra i ragazzi e l’avvocato sono più noiose di quelle giudiziarie, perché prevedibili nel mostrare una diffidenza che si trasforma in confidenza, e perché stucchevoli: c’è la giovane aristocratica illuminata, i muri della villa abbandonata affrescati e romanticamente scrostati, la pigiatura dell’uva a piedi nudi e a lume di candela. La messa in scena è anti-realistica, intenzionalmente, ma non convince: per quanto sia presentata come il luogo dell’etica, della vita autentica, della riscoperta del senso, la vita arcadica dei ragazzi rimane superficiale, una fantasia infantile senza quella profondità – anche onirica, perché no – che dovrebbe giustificare il ritorno alla vita dell’avvocato.

da Roma, Roberta Bennato

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