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Festa del cinema: in concorso il film di Shih-Ching Tsou

Il film in concorso Left-Handed Girl, della regista taiwanese Shih-Ching Tsou, racconta la storia di tre donne – una madre single e le sue due figlie, una bambina e una ventenne – che cercano di sbarcare il lunario a Taipei.
È co-sceneggiato e montato da Sean Baker, il regista del premio Oscar Anora, e la sua mano si vede e si sente, soprattutto nella costruzione precisa del ritmo della narrazione, che fa procedere la narrazione velocemente, senza indugiare in scene puramente descrittive.
Il meccanismo del film scorre leggero, i fatti si srotolano con naturalezza in piccoli episodi mai superflui, e accadono in un’ambientazione dettagliatissima, e perciò interessantissima, che però non prende mai il sopravvento sulla storia. Il punto di vista con il quale ci viene chiesto da subito di empatizzare è quello della «girl», cioè della bambina del titolo, la piccola I-Jing, 5 anni. Nella scena di apertura, attraverso un caleidoscopio di colori giocosi e zuccherini, osserviamo con lei il mondo che la circonda, e in particolare gli adulti della sua famiglia, la madre Shu-fen e la sorella ventenne I-Ann.
Anche Taiwan viene mostrata fascinosa come appare agli occhi della bambina, e infatti spesso la camera si abbassa alla sua altezza, la pedina per farci vedere quel che vede lei: un formicaio saturo di persone e oggetti (la madre di I-Jing e I-Ann ha un banco di street food all’affollatissimo mercato notturno di Taipei), che somiglia ad un parco giochi pieno di sorprese.
La bambina nota tutto e, curiosa, fa molte domande alle donne della sua famiglia, che però – ed ecco il contrasto che dà il tono al film – da questo mondo bizzarro e caleidoscopico (per l’appunto) sono oppresse, quasi annichilite. Le due adulte sono magrissime, fumano sigarette slim, la ragazza ha lo sguardo affilato e una rabbia che non si sa da dove provenga (verrà svelato con un colpo di scena), la madre ha lo sguardo anedonico della depressa e la stanchezza di chi lavora con la sola speranza, sempre flebile, di tirare avanti un altro giorno (il padrone del banco, mangiando i noodles che Shu-fen gli ha preparato, le dà solo tre giorni per pagare l’affitto arretrato, non uno di più).
Ma il film aumenta di profondità nella seconda metà. Per una certa quantità di tempo abbiamo potuto osservare attentamente i personaggi grazie all’efficacia di scrittura e regia, e questo permette di dare un senso alla complessità emotiva che mostrano. Il loro arrancare quotidiano – fatto di rabbia (la sorella che tratta tutti male), di freddezza (la madre anedonica), di stupidità (la madre della madre, che alle figlie femmine che la accudiscono preferisce il figlio maschio che abita lontano), di superstizione (il nonno della bambina che vuole correggere a tutti i costi il suo essere mancina perché crede che la mano sinistra sia la mano del diavolo) – si comprende infine per quello che è: un tentativo continuo e strenuo di preservare gli affetti,l a cui necessità, nonostante tutto, non viene mai messa in discussione.

da Roma, Roberta Bennato

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