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Good People di Milcho Manchevski

Il ritorno del regista Leone d'Oro per Prima della pioggia

Sono passati trentun anni da quando il regista Milcho Manchevski, dopo quattordici ore di viaggio a bordo di un mezzo corazzato delle Nazioni Unite, arrivava in una Sarajevo distrutta e ancora assediata dalla guerra per presentare il film, candidato all’Oscar e vincitore del Leone d’Oro nel 1994, Before the Rain (Prima della pioggia) alla prima edizione del  Sarajevo Film Festival.

Milcho Manchevski, cast, montatore, direttore della fotografia e il produttore italiano Ludovico Cantisani

Ci è tornato quest’anno, per la 32ª edizione della manifestazione tenutasi ad agosto, per presentare in anteprima mondiale Good People, in concorso nella sezione documentario.
Scelta non banale per il regista macedone quella di usare il linguaggio documentario tout court attraverso il quale affronta una delle tragedie più gravi della storia recente della Macedonia del Nord: l’incendio della discoteca Pulse di Kočani, divampato il 16 marzo 2025. Una tragedia che presenta drammatiche analogie con quella di Crans-Montana: anche in questo caso un gioco pirotecnico ha innescato le fiamme, che si sono propagate rapidamente al rivestimento altamente infiammabile del soffitto, mentre le condizioni di sicurezza del locale – dalle vie di fuga agli estintori – erano fuori norma.
Quella notte hanno perso la vita 63 persone, in gran parte giovani, mentre oltre 200 sono rimaste ferite. L’incendio ha provocato uno shock profondo nel Paese, seguito da proteste e da una forte richiesta di giustizia. Le indagini hanno infatti fatto emergere gravi violazioni delle norme di sicurezza e una presunta rete di corruzione legata alle autorizzazioni del locale. Tra i 34 imputati nel solo processo principale, figurano infatti numerosi funzionari pubblici e ispettori, ben tre ex sindaci di Kočani e gli ex ministri dell’Economia Kreshnik Bekteshi e Valon Saračini. Il processo, iniziato nel novembre 2025, è tuttora in corso.

IL FILM
Manchevski sceglie deliberatamente di non realizzare un documentario d’inchiesta né di sviluppare riflessioni di tipo esistenziale, ma di concentrarsi unicamente su chi ha vissuto quella tragica notte.
In un’epoca in cui i mezzi tecnologici producono una sovrabbondanza di immagini e informazioni, spesso orientate ad alimentare spettacolarizzazione e voyerismo, con Good People Manchevski porta avanti un’operazione estetica ascetica, rigorosissima come la sua etica personale, usando il cinema come un ponte il più possibile diretto tra lo spettatore e il vissuto dei suoi protagonisti e la loro interiorità. Da una parte, le voci dei protagonisti; dall’altra, uno spettatore chiamato ad ascoltarli. A unirli, una regia che rinuncia a sovrapporsi alle loro parole e si mette al servizio della possibilità stessa dell’incontro.
“Abbiamo iniziato a girare un mese dopo la tragedia, quando tutto era ancora molto recente, perché volevamo documentare l’esperienza delle persone che avevano vissuto tutto questo” – spiega il regista durante l’incontro con il pubblico. “Desideravamo anche che non fosse soltanto un documentario, ma anche una testimonianza («not only a documentary but also a document»)”.
Mettendosi il più possibile in disparte e al servizio della narrazione dei suoi protagonisti, il regista concentra l’attenzione dello spettatore solo su di loro, le “buone persone” del titolo, e sulla loro storia, raccontata unicamente attraverso i loro volti e le loro parole, omaggiandone il loro personale vissuto, i loro sentimenti e le loro vite.
Per far questo compie in primo luogo un’operazione di sottrazione, privando l’immagine filmica di qualsiasi artificio narrativo: assenti la colonna sonora e movimenti di macchina, una fotografia e una scenografia minimali, nessun flashback o sequenze esterne degli avvenimenti, se non per due brevissimi momenti trattati con la stessa ascetica coerenza. Solo il ritmo meticoloso e incalzante del bravo montatore Miško Čunihin.
“In parte, è – anche – una mia personale interpretazione del linguaggio documentario, di ciò che il cinema documentario è diventato”, racconta il regista. “Sento che c’è stata una tendenza a manipolare i documentari in un modo che non rende sempre giustizia al genere, cercando l’effetto rapido ed efficace, che alla fine finisce per danneggiare la storia e il genere stesso”.
A rendere ancora più evidente la volontà di omaggiare la vita e la parola dei suoi protagonisti, il racconto è costruito, in un’incessante progressione, su brevissimi capitoli che hanno come titoli Non tenevo più la mano della mia amica Sara e Come essere nato, ovvero titoli che non scandiscono il procedere dei fatti in senso meramente cronachistico, ma creano una mappa emotiva di parole pronunciate da persone comuni che avevano vissuto quella tragedia.
Sono per lo più ragazzi e ragazze molto giovani, alcuni dei quali portano ancora i segni delle ustioni, che raccontano con grande onestà e dignità come hanno tentato di scappare, anche graffiando e tirando i capelli nell’istinto primordiale della sopravvivenza, come hanno aiutato altri a salvarsi o come, al contrario, sono rimasti schiacciati sotto il peso di persone morte o svenute. Nella seconda parte del film anche alcuni genitori descrivono la loro esperienza.
Il regista sembra muoversi in opposizione sia rispetto a una comunicazione sempre più rapida e dove nulla sembra più scuotere, sia a una forma cinematografica che sembra cedere più spesso ai ritmi dell’entertainment, e compie un’operazione ancora più radicale: fa sparire l’immagine. Conclude ogni capitolo con una lunga dissolvenza in nero, uno iato di silenzio e di buio che permette allo spettatore di sedimentare e di colmare quel vuoto narrativo con la propria emozione, in uno scambio virtuale e continuo tra ascolto e parola.
Il film viene incorniciato dalla stessa ripresa iniziale e finale, un’immagine che sembra contrapporsi a quelle dell’incendio, catturate da un telefonino e prive di sonoro. Come una boccata d’aria, è una ripresa dall’alto di campi verdi, acqua e una strada sgombra, l’unica in tutto il film con un accompagnamento musicale.

PROSSIMI PROGETTI
Il documentario è stato girato in parallelo a un film di finzione sempre ambientato in Macedonia del Nord dopo la lunga ostracizzazione subìta, Sister Brother Manhole Cover, una commedia bizzarra sui ricchi e sui poveri ambientato nella cruda periferia post-comunista di Skopje. Sister Brother Manhole Cover è un film, inizialmente approvato nel 2022, che la mafia del cinema aveva bandito per quasi quattro anni. Tra il 2020 e il 2022, infatti, il regista macedone aveva denunciato irregolarità e presunti episodi di corruzione all’interno della Macedonian Film Agency, l’ente pubblico che sostiene e finanzia il cinema del Paese. Alle sue denunce sono seguite una campagna di diffamazione politica e un lungo ostracismo professionale, con il blocco dei finanziamenti a suoi film già approvati. La vicenda aveva attirato l’attenzione internazionale, con prese di posizione di realtà quali FIPRESCI, Southeast Europe Coalition on Whistleblower Protection oltre alla lettera pubblica nel 2023 firmata da Alberto Barbera, ANAC e 100Autori in suo sostegno, denunciando la persecuzione subita dal regista. Manchevski ha raccontato che, dopo essere riuscito a vincere due cause ha realizzato il documentario autofinanziandolo, e che i proventi saranno destinati a Kočani. Mentre Sister Brother Manhole Cover sarà presentato a breve in anteprima mondiale.

Giulia Ghigi

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