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Hammamet

“Vorrei ma non posso” è una frase che si dice spesso per molti film italiani con buone storie o grandi aspirazioni che poi si perdono a causa dei congeniti limiti economici e produttivi del nostro cinema. Verrebbe voglia di parafrasare questa frase e farla diventare “potrei ma non voglio” per il  nuovo film di Gianni Amelio. Il regista calabrese ha ormai 75 anni, una carriera con grandissimi film alle spalle – Colpire al cuore, Il ladro di bambini, Lamerica, solo per citarne tre – e avrebbe avuto perciò tutte le carte in regola per raccontare la figura di Craxi in un film ambizioso e più rischioso di quello che ha invece realizzato.

Favino e il regista Gianni Amelio

Bettino Craxi è stato un grande leader politico, arrogante, egocentrico, imponente, monumentale sia nella figura che nelle ambizioni sfrenate e sregolate che lo hanno portato prima alla Presidenza del Consiglio e poi nella polvere. Craxi è stato un personaggio complesso e contorto, per molti un malvivente, per altri l’ultimo leader italiano con la schiena dritta. Certa è la sua rimozione storica dopo Tangentopoli: lui si è autoesiliato in Tunisia sottraendosi ai processi, l’Italia lo ha lasciato lontano da ogni pensiero, non lo ha neanche cercato. Meno se ne parlava e meglio era, simboleggiava troppo il ladrocinio della Prima Repubblica. Dopo di lui ci sarà il Nuovo, l’avvento di Berlusconi e tutta la degenerazione politica che patiamo ancora oggi. Per queste ragioni Hammamet, a 20 anni esatti dalla morte di Craxi, parte come un’operazione sicuramente importante se non necessaria. A soli due decenni dalla morte e a solo trent’anni dai tempi in cui era Presidente del Consiglio, il film potrebbe servire a far tornare un po’ di memoria rimossa del nostro complesso Paese. Gianni Amelio però non racconta la figura di Craxi all’apice della sua controversa carriera, si concentra solo sull’esilio ad Hammamet, esilio che in molti hanno definito forse più correttamente latitanza. Amelio cerca di raccontare questo periodo di “contumacia” in cui si trovava Craxi, un periodo in cui lui scappa dai processi ma l’Italia lo lascia scappare. Un periodo fuori dall’agone politico, in un paese non suo, una vacanza senza fine sotto scorta continua. Un periodo per lui terribile che lo porta diretto verso l’agonia di una malattia che presto arriverà. La morte sarà ovviamente l’unica possibile fine della sua vita e di tutto quel che ha rappresentato.
L’approccio di Amelio è preciso e rientra in un filone di film “sepolcrali” che stanno caratterizzando questo anno di cinema, The Irishman e Liberté ad esempio sono due film che raccontano la fine di un’epoca (un pezzo di mafia e un gran pezzo di America per Scorsese, il libertinismo del ‘700 che verrà spazzato via dalla Rivoluzione per Albert Serra). Questo approccio aveva in sé delle potenzialità enormi che vengono però solo sfiorate dal risultato finale. Amelio decide di raccontare questa agonia con il rapporto con la figlia Stefania, che però viene ringiovanita e chiamata Anita, e con Fausto, un personaggio inventato che sarebbe il figlio del tesoriere del partito che si è suicidato all’inizio di Tangentopoli.
Altri registi avrebbero spinto il film in un mondo onirico o spietato (penso a Bellocchio), altri invece sarebbero stati ben più rigorosi o estremi nel raccontare l’agonia di Craxi (penso allo stesso Serra e ai sui Re morenti, o al Sokuruv della morte di Lenin in Taurus). Amelio però fa da sempre un cinema di esseri umani, perciò anche in un personaggio sgradevole come Craxi ricerca il lato umano, se non gentile, le piccole cose quotidiane, la voglia di congedarsi in un modo dignitoso. Il film assomiglia perciò più alle Passeggiate al campo di Marte di Guediguian, film su Mitterand alla fine del mandato  presidenziale, ormai minato dal tumore che lo porterà in breve tempo alla morte. Amelio allo stesso modo segue gli ultimi mesi della vita di Craxi e, come nel film di Guediguian, realizza il ritratto di un uomo colto, consapevole dei rischi che il potere comporta, afflitto dalle accuse e dai colpi bassi di magistratura e stampa. Racconta perciò la fine del potere, la solitudine, le colpe dei padri e il dolore dei figli. Tanti temi senza per fortuna nessun pamphlet, è anche un film fuori dalla cronaca politica ma dentro all’epoca di Craxi e del suo socialismo di potere, un tipo di politica che ha segnato profondamente la storia repubblicana. Amelio raccontando Craxi se non cerca i fantasmi alla Bellocchio, non ha neanche la durezza cronachistico-politica di un Rosi, o quella di Lizzani con l’ultimo Mussolini. Amelio ha ferma la volontà di mantenersi lontano da sentenze storiche o morali e il problema del film è proprio stare a metà strada: non assolutorio ma neanche inquisitorio, ecumenico forse.
Ci sono indubbiamente momenti notevoli che però non vengono valorizzati a sufficienza, come la lettera che Craxi detta alla figlia e ci parla della differenza tra “gente” e “popolo”, discorso molto interessante che però rimane fermo in una scena di due minuti; come anche lo storico episodio contro gli americani a Sigonella viene “annacquato” sulla spiaggia con i soldatini messi in fila dal nipote paffuttello. Tra le cose positive sicuramente c’è la performance di Pierfrancesco Favino, un’interpretazione che si prende la scena con un mimetismo che impressiona, sia nel fisico che nell’intonazione della voce. Sono le scelte drammaturgiche che invece funzionano meno: il rapporto con la figlia, la brava Silvia Rossi, e con il figlio del tesoriere, il meno bravo Luca Filippi, non portano a scavare fino in fondo nel personaggio Craxi. Soprattutto il ragazzo non può essere un vero antagonista, nelle intenzioni di Amelio sarebbe il personaggio attraverso il quale Craxi espia le proprie colpe, ma gli elementi onirici e psicologici appesantiscono simbolicamente il film, così come i non necessari incubi felliniani che lo accompagnano alla morte.

In conclusione Amelio, tra parole e sguardi privati, colpe e peccati non espressi, non riesce a mettere davvero in discussione il personaggio Craxi; rifugiandosi troppo nel personale non emerge il politico ma neanche l’uomo che è stato. Questo ci vuole forse dire che neanche dopo vent’anni si è finalmente arrivati a raccontare pienamente un personaggio come l’ex leader socialista.

Claudio Casazza

Hammamet

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