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Il mio nome è Nevenka

Ancora donne vere nel cinema di impegno civile di Icíar Bollaín

Nevenka è un altro complesso personaggio femminile che si aggiunge alla galleria cinematografica di Icíar Bollaín, autrice (nonché attrice di lungo corso) spagnola che unisce a una regia solida e senza fronzoli l’impegno civile. Basterebbe accostare a Il mio nome è Nevenka la sua penultima fatica, Una donna chiamata Maixabel, per trovare delle coincidenze, non tanto in ciò che viene raccontato – lì la giustizia riparativa dopo l’ETA, qui un caso di molestie sessuali e le zone d’ombra della politica spagnola -, quanto nella capacità di guardare alla recente storia del suo paese attraverso intensi personaggi femminili.

Siamo nel 1999 e Nevenka Fernández (Mireia Oriol), da poco laureata in Economia, torna nel paese di origine, Ponferrada, allettata dall’offerta di entrare in Consiglio Comunale con delega al bilancio. Il sindaco Ismael Álvarez (Urko Olazabal), noto donnaiolo, non tarda a manifestare le sue attenzioni nei confronti di Nevenka. La giovane, dopo una corte insistente, si concede, ma il crescente disagio che le procura la relazione la spinge ad allontanare Ismael, che di contro non accetta il rifiuto. Seguono vessazioni di ogni genere, che portano Nevenka a denunciare Ismael, che nel frattempo, consolidata la sua figura di politico a livello nazionale, scatena una implacabile ritorsione.

Bollaín aveva già affrontato nel 2003 con il pluripremiato Ti do i miei occhi il tema degli abusi su una donna da parte di un uomo feroce e crudele. La violenza era però domestica e si consumava, tra umiliazioni e maltrattamenti, tra le mura amiche di un appartamento. Nevenka invece è una donna esposta, affianca uno dei politici in ascesa e sempre più influenti nella Spagna di inizio millennio, capace di agire una pressione psicologica ancora più dolorosa di quella fisica, che pure si manifesta nello sconfinamento del corpo robusto, solido, minaccioso di Ismael nella delicata fragilità di quello più minuto di Nevenka, incapace di porre un argine all’irruenza dell’uomo, dall’uomo stesso definita legittima.
Non sarebbe niente di nuovo, dalla cronaca al cinema, la descrizione delle dinamiche che trasformano una donna in proprietà esclusiva, disumanizzata fino alla mortificazione di qualsiasi istanza vitale che non preveda la concessione totale al maschio padrone dominante. Ma se la vicenda di Nevenka Fernández diventa ancora più esemplare, è perché coinvolge la politica e di conseguenza l’opinione pubblica che esprime, non ancora nella pubblica piazza dei social network, giudizi di pancia manipolati dalla macchina del fango della crew di Álvarez. Il pregiudizio diventa l’antagonista principale di Nevenka, che assume via via un profilo quasi eroico, non fosse altro che la sfida pare da subito impossibile e gli alleati pochi. Inoltre, il caso, senza precedenti nella relativamente giovane repubblica spagnola, fa giurisprudenza, aprendo a una revisione delle leggi che tutelano le donne e la loro dignità.
La regista, coadiuvata come nel film precedente dalla sceneggiatrice Isa Campo, produce l’ennesima prova di compattezza narrativa, non scivola mai nel patetico, evita dialoghi superflui, si concentra sullo stato emotivo della protagonista e sulle sue relazioni personali, alcune delle quali rischiano di sfilacciarsi (a cominciare dalla famiglia) ustionate dal veleno corrosivo della menzogna. Mireia Oriol, brava nel vestire i panni di Nevenka, modula una recitazione misurata per disegnare una trasformazione che la porterà dall’ingenuo entusiasmo per l’opportunità offertale, alla disillusione di fronte all’esercizio pulsionale del potere finalizzato a scopi meramente personali. Nel film della Bollaín non c’è solo il calvario di una donna decisa a difendere le proprie sacrosante ragioni, ma, nella figura luciferina di Ismael Álvarez, la messa a fuoco di un sistema corruttivo, famelico e insaziabile, la cui origine forse sarà anche nel retaggio patriarcale da cui ancora non ci siamo liberati, ma che trova nell’ossessione per il potere e il controllo consensi ampi, senza distinzione di ceto e genere.

Alessandro Leone

Il mio nome è Nevenka

Regia: Icíar Bollaín. Sceneggiatura: Icíar Bollaín, Isa Campo. Fotografia: Gris Jordana. Montaggio: Nacho Ruiz Capillas. Musiche: Xavi Font. Interpreti: Mireia Oriol, Urko Olazabal, Ricardo Gómez, Lucía Veiga, Font García, Carlos Serrano, Mercedes Del Castillo. Origine: Spagna/Italia, 2025. Durata: 112′.

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