Pupi Avati: rigore e profondità
Il racconto riguarda lo straordinario e continuo affannno di un padre che conosce le sofferenze interiori della propria figlia. Questa giovane, disturbata perche’ sente di non essere accettata per il proprio sgradevole aspetto, e’ alla base della vicenda che muove un povero piccolo uomo, suo padre, a mettere in atto tutte le forme di attenzione e sacrificio per aiutarla. I passaggi, le
sfumature sono tante, l’interpretazione giunge a momenti di notevole umanita’ e delicatezza. Giovanna, il brutto anatroccolo, arriva al punto di uccidere la sua migliore amica, si sente da lei tradita nel profondo del suo essere disturbato e anormale. L’unico che l’aiuta a sopravvivere, nel manicomio dove viene rinchiusa, e’ sempre questo povero, piccolo, protettivo genitore che le fa anche da madre per sostenerla. Ecco, finalmente si rende conto che Giovanna e’ felice, incredibile a dirsi, nell’orribile luogo dove e’ stata rinchiusa. E’ la’ che ella si sente finalmente bella , felice, con i guanti tanto importanti di sua madre che ha rappresentato il fascino, quello che lei Giovanna “non ha mai posseduto”. Il riavvicinamento della madre a queste due fragili e ad un tempo forti creature, padre e figlia, fanno ulteriormente di questa vicenda, una rappresentazione di notevole umanita’ e sentimento. Basta con le inutili visioni di nudita’, mi ripeto, le sconcezze, la vacuita’, che ci vengono continuamente proposte. Finalmente anche se con un velo di tristezza, una vicenda introspettiva di profonda intensita’ e delicatezza.
Angelamaria Massafra



