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Il testamento di Ann Lee

In un periodo di continua denuncia verso il Male gaze Mona Fastvold firma un biopic ispirato a una delle figure più eclatanti e controverse del panorama femminista.
Ann Lee (Amanda Seyfried) nasce a Manchester nel 1736 da una famiglia numerosa, animata da una convinta fede religiosa. Le sue origini e le sue prime esperienze di vita la porteranno a fondare il movimento “Shaker”, una comunità che rifiuta l’amore carnale, dedicandosi alla socialità spirituale e al duro lavoro.

Dopo The Brutalist, scritto a quattro mani assieme al marito Brady Corbet, Mona Fassvold torna dietro la macchina da presa, indagando la vita di questa figura mistica, che si autoproclamerà Cristo Donna, analizzando i suoi traumi e le sue perdite, calcando sulla sua ricerca di conquista, delineando una donna forte, decisa e mai sopraffatta.
La regista utilizza l’espediente della musica, senza cadere nei banali cliché́ dei film musical, e liberandosi della pace e dell’armonia che a volte aleggia nel genere. Qui la musica diviene mezzo di liberazione, di ribellione e di sofferenza comune, dove il corpo si abbandona a movimenti caotici seppur armoniosi. Una musica che infastidisce però coloro che non partecipano ai cori, e che cercheranno di zittire in più modi l’urlo progressista della protagonista. È presente, infatti, un forte scontro verso una comunità̀ eccessivamente cristiana e sui dogmi su cui si fonda la religione, utilizzando il movimento “shaker” per denunciare l’oppressione di pensiero dettata dalla chiesa, e invocando una ribellione a un potere patriarcale, dettato da abusi e prevaricazioni, che vede la donna come semplice ingranaggio della famiglia più̀ che come persona. Quando Ann Lee chiederà̀ degli approfondimenti su un personaggio femminile presente in una storia raccontata dal marito (Christopher Abbott), lui le risponderà che è irrilevante, e continuerà̀ il racconto, lasciandola delusa. Aiutandosi con coreografie sublimi, il film si fa forza con una fotografia magistrale, tipica della coppia artistica come avevamo già avuto modo di vedere in The Brutalist, in cui nessuna inquadratura viene lasciata al caso.
Se il personaggio di Ann Lee è sicuramente una figura interessante e appassionante, la regista pecca in un eccessivo distacco dalle vicende che si vedono sullo schermo. Il film, comunque coraggioso, dalle immagini quasi pittoriche e dagli echi rinascimentali, in controtendenza con le abitudini del mercato hollywoodiano, tende però a diventare un susseguirsi di episodi che caratterizzano la vita di questa guida spirituale più che un vero e proprio manifesto. Pur forzando i suoi mezzi, rischiando di scivolare nella banalità per inscenare la sottomissione della protagonista, la regista si mostra audace nella messa in scena di questa danza ribelle, dei macabri dettagli della vita della protagonista, lo fa in modo consapevole, non con l’intento di scioccare lo spettatore, ma serbando massimo rispetto nei confronti del corpo di chi abita lo schermo
Oggi, più che mai, si ha bisogno di un canto controcorrente, che possa smuovere gli animi, proprio come a suo tempo, Ann Lee riuscì a smuovere i più di seimila seguaci del suo movimento.

Andrea Triacca

Il testamento di Ann Lee

Regia: Mona Fastvold. Sceneggiatura: Mona Fastvold, Brady Corbet. Fotografia: William Rexer. Montaggio: Sofía Subercaseaux. Musiche: Daniel Blumberg. Interpreti: Amanda Seyfried, Thomasin McKenzie, Lewis Pullman, Stacy Martin, Matthew Beard, Scott Handy, Christopher Abbott. Origine: GB. Durata: 130′.

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