Recensioni

Kneecap

Oltre il biopic

Opera prima di un autore che non cerca la benevolenza del pubblico, Kneecap è un biopic fuori canone, sfrontato, scorretto, a tratti delirante, ma che corre senza timore di deragliare, tra commedia e dramma, sui binari di un cinema che mescola storia, impegno civile, cultura giovanile, denuncia sociale.
Registri e linguaggi diversi, documentario e videoclip, fumetto e animazione, così Rich Peppiatt racconta la nascita del gruppo rap/hip hop irlandese dei Kneecap, chiedendo ai tre membri fondatori di interpretare se stessi per innescare un cortocircuito che rende opaco il confine tra finzione e realtà (un po’ come fece Eastwood in Ore 15:17 – Attacco al treno o Chloé Zhao in The Rider). Ne viene fuori un’opera singolare che, intrecciando il percorso di due giovani spiantati e un insegnante di musica, guarda con passione autentica alle lotte post-Troubles per la difesa dell’autonomia culturale irlandese costantemente minacciata dal governo inglese, ma anche a una generazione che, erroneamente, si crede lontana dall’impegno politico.

Una decina di anni fa, West Belfast. Naoise e Liam non hanno progetti, abusano di sostanze, vivono conflittualità familiari e soffrono gli inglesi. Per Liam e Naoise resistenza e lotta politica sono più che astrazioni: Naoise è figlio del rivoluzionario Arlo, che le forze dell’ordine credono morto ma che in realtà vive in clandestinità; Liam ha sempre visto il padre dell’amico fraterno come una leggenda. Il loro percorso delinquenziale si ‘inceppa’ quando incontrano JJ, un annoiato insegnante di musica, compagno di un’attivista che lotta per il riconoscimento del gaelico, lingua identitaria quasi estranea ai più giovani. Quando la moglie gli chiede di fare da interprete al suo posto in un commissariato di polizia, JJ si trova di fronte Liam, accusato di spaccio. Sull’agenda del ragazzo trova versi in gaelico che l’insegnante trasforma in musica. Convinti Liam e Naoise a registrare un pezzo che diventerà in poco tempo virale, JJ ritrova entusiasmo e, coperto da un cappuccio, inizia a seguire i due ragazzi in performance dal vivo. L’inattesa visibilità, i loro testi violenti e provocatori che mescolano inglese e irlandese, espongono Naoise e Liam al fuoco incrociato di polizia, ultracattolici, un sedicente comitato per la decenza pubblica. Complica il quadro il ritorno di Arlo.

I Troubles non sono il recente passato. Verrebbe da dire che la lotta è ancora viva, perché lungo tutto il film il conflitto culturale si fa sentire molto più che in sottotraccia. Anzi, pare iniettare energia rabbiosa nei due protagonisti, dettarne le istanze, contaminare i testi delle loro canzoni. Così Liam e Naoise diventano interpreti del disagio di un’intera generazione, aprendo un conflitto con gli altri, che sono gli adulti, le istituzioni, il governo di Londra, ovvero un mondo repressivo da cui prendere le distanze. Libertà per l’Irlanda del Nord, libertà per loro stessi, solidarietà con altri popoli che vivono sottomessi, minacciati, prevaricati, in regime di apartheid.
Kneecap, la rotula, le ginocchia colpite dai manganelli della polizia durante i Troubles. Il nome del trio sembra invitare a colpire mentre urlano tutto il disappunto e il disgusto verso l’autorità in gaeilge, lingua che Londra teme, perché riconoscere una lingua regionale spesso è il primo passo per il riconoscimento dell’indipendenza politica.
E qui è doveroso aprire una finestra dal film verso la stretta attualità. Peppiatt lascia fuori dal racconto l’impegno dei Kneecap nel sostenere la causa palestinese (ma non è un caso che a un certo punto Arlo, rivolgendosi a Naoise e Liam bambini, dica: “Voglio che stasera guardiate alla TV il film western americano, ma voglio che lo guardiate dal punto di vista degli indiani”). La naturale identificazione nelle sofferenze di un popolo vessato in un territorio occupato ha causato soprattutto a Liam che, durante un concerto a Londra nel novembre 2024 ha esposto la bandiera di Hezbollah, diverse denunce. Partita l’accusa di terrorismo, secondo i parametri descritti nel Terrorism Act 2006, il rapper è stato chiamato a difendersi in aula già due volte. Pochi mesi fa, una loro esibizione pubblica è stata censurata dalla BBC. E da poco, i Kneecap, hanno costituito un sindacato con altri artisti del calibro di Brian Eno e Massive Attack per sostenere gli artisti che subiscono pressioni per il solo fatto di schierarsi a fianco dei palestinesi.
Questa integrazione a latere del film diventa importante per capire il quadro sociale e politico in cui si muovono i Kneecap. Anche la presenza di Fassbender (molto più di un cameo) nei panni di Arlo è un riferimento palese a un’altra figura chiave per il popolo irlandese, quel Bobby Sands interpretato dall’attore in Hunger di Steve McQueen (2008).
Il regista non dipinge certo dei martiri, dai suoi personaggi veri e romanzati fa emergere fragilità e ambiguità. Estetica e linguaggio, tra Boyle, Vaughn e Gilliam, alzano i livelli di adrenalina, soluzioni fumettistiche e videoclippare colorano un racconto che sorprende ad ogni snodo, che genera risate e disgusto, empatia e prese di distanza, creando però un vortice emotivo che ha come effetto collaterale, soprattutto in questo momento storico, il piacere, forse consolatorio, di un vaffanculo gridato in faccia a ogni violento esercizio di potere.

Vera Mandusich

Kneecap

Regia e sceneggiatura: Rich Peppiatt. Fotografia: Ryan Kernaghan. Montaggio: Julian Ulrichs, Chris Gill. Musiche: Michael Asante. Interpreti: Naoise Ó Cairealláin, Liam Óg Ó hAnnaidh, JJ Ó Dochartaigh, Josie Walker, Michael Fassbender, Simone Kirby, Fionnuala Flaherty, Jessica Reynolds, Adam Best. Origine: Irlanda/GB, 2024. Durata: 105′.

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