Il cinema di Radu Jude è cosa liquida, misteriosa, in costante e cronenberghiana evoluzione. Sembrano trascorsi decenni di storia (del cinema e del suo linguaggio) da quando l’abilissimo regista rumeno aveva colpito con un gioiello di relativa linearità come Toată lumea din familia noastră (2012). Da lì, la sua opera, che tra l’altro pesca sovente da un grande serbatoio di attori ricorrenti e condivisi, è cresciuta nel corso del tempo, espandendosi come mastice colloidale, mutandosi e sagomandosi lungo le necessarie e cangianti fessurazioni dello sguardo contemporaneo. Jude, lo dicevamo per i film precedenti, è cosa di per sé metacinematografica, poiché utilizza camaleonticamente lo sguardo del cinema per smontare e riassemblare la Storia del suo paese, la
Romania. Tutto finisce sotto il suo vispo cine-occhio come una colossale stratificazione archeologica, disossato, riconfigurato e riassemblato e in un continuo debordante gioco di specchi dove ogni aspetto della narrazione costituisce una sola grande impalcatura di significati interconnessi. E lo sdoppiamento, la proliferazione di significati, parte carnalmente, anzi embrionalmente, dallo stesso Kontinental ’25 (presentato a Berlino l’anno passato), scaturito per partenogenesi dall’altra pellicola (invisibile) di Dracula (presentata invece a Locarno qualche mese dopo). Si tratta di due film gemelli, che in buona parte condividono lo stesso cast, entrambi sperimentalmente girati con un telefonino, e nati l’uno dalla costola adamitica dell’altro. Anzi, uno nato dentro l’altro, cioè Kontinental ’25 girato in una decina scarsa di giorni come curioso intermezzo tra le riprese di Dracula. Forse è una citazione a un certo micro-cinema degli anni Settanta e a maestri come Roger Corman che, per risparmiare tempo e denaro, ottimizzavano cast, apparecchiature e oggetti di scena girando più versioni dello stesso film (o addirittura girando diversi film con le stesse risicate risorse). Jude è l’avanguardista della settima arte, sempre che la parola avanguardia abbia ancora un senso, ne è sperimentatore folle, uno che non vede differenza tra cinema “alto”, concettoso, artificiale, e quello più popolare, caotico e magmatico delle varie tradizioni clandestine e sotterranee.
Qui siamo a Cluj-Napoca, Transilvania, una vasta e importante regione storicamente appartenuta all’Impero austroungarico, e passata alla Romania alla fine del primo conflitto mondiale. Per la prima mezz’ora seguiamo la quotidiana disperazione di un senzatetto (Gabriel Spahiu), che come tutti i diseredati di questo mondo trascorre le giornate nell’abulia più totale – rovistando nella spazzatura, importunando gli avventori dei locali cool, e rifugiandosi infine nel proverbiale scantinato occupato abusivamente. Un copione già collaudato infinite volte, fino a quando non interviene un’ufficiale giudiziaria (Eszer Tompa) con tanto di ordine di sgombero: l’edificio dovrà infatti essere demolito per permettere a un importante marchio del lusso tedesco di costruirvi un complesso alberghiero. La scena è surreale: l’ufficiale è scortata da burberi poliziotti in assetto antisommossa, smaniosi di menare le mani ma stentatamente trattenuti dalle buone maniere della donna. Segue un tiramolla di contrattazioni per cui al senzatetto vengono concessi venti minuti supplementari per impacchettare le proprie cose. Gli agenti vanno a bersi un caffè e l’uomo ne approfitta per impiccarsi. Tra l’altro l’ufficiale è di origine ungherese, e subito la grancassa mediatica di matrice nazionalista accusa la minoranza magiara di sfruttare ogni posizione di potere per far torto ai romeni.
La bravura del regista è proprio qui, partire da un banale fatto di cronaca – la morte “accidentale” di un senzatetto – e trasformarla in un caso di stato, sfumato e complessissimo, che coinvolge il piano personale di una funzionaria pubblica e arriva a lambire rivendicazioni etniche e territoriali di una nazione che forse non ha ancora fatto i conti con se stessa. Ma è soltanto uno dei tanti fili, una delle molteplici sottotrame, e nemmeno la più importante, che presto si perdono ingarbugliandosi nella generale matassa. Jude si concentra prima sul senso di colpa di una donna, cristianissimo, ingombrante e amplificato grottescamente, poi da questo canovaccio si catapulta in una polifonia di situazioni sociali analizzate da milioni di differenti punti di vista. Un rider laureato in giurisprudenza e costretto trasportare cibo da asporto. Un’amica di vecchia data che si pulisce la coscienza lavorando part-time per una ONG impegnata nei campi rom. La filosofia orientale spalmata come la marmellata sul panino. Le speculazioni edilizie. La guerra in Ucraina – e su questo non si transige: Putin è un criminale e come lui i russi che lo sostengono – l’immancabile Chiesa Ortodossa (Șerban Pavlu nella parte di un sacerdote: meraviglioso è seguire il movimento del suo dito indice sollevato a impartire lezioni di teologia).
Kontinental ’25 è cinema all’apparenza neorealista (post-neorealista o di scuola rosselliniana come dicono alcuni), fatto di ellissi, una messa in scena scarna, un continuo andare a zonzo per una città monumentale – e diciamo monumentale nell’accezione etimologica, perché i personaggi di Jude sono disposti come sulla plancia di un gioco di ruolo, ognuno di essi inquadrato in uno spazio-ganglio della conurbazione di Cluj: in una scena scorgiamo il monumento alla resistenza anticomunista, in un’altra il Canalul Morii, ancora la statua equestre di Mattia Corvino e soprattutto, inserto di amore pop del regista, il parco dei dinosauri nei dintorni della città. Alto e basso, presente, passato e trapassato si fondono e confondono in un vivace affresco sociale dove i protagonisti, coprotagonisti, comprimari e comparse discutono di tutto e tutti, abbandonandosi a dialoghi barocchi, fluviali, frivoli, pseudofilosofici, psicoanalitici, religiosi, politicamente e socialmente engagé e anche no. Nel Jude-pensiero l’intero è costantemente ripensato e disgregato in sottounità, corpuscoli sociali autoreferenziali che si innestano e intersecano nell’analisi della quotidianità. Tra i grandi registi europei in attività, Jude è il più tronfio, audace, affabulatore. Se un Ulrich Seidl sceglie provocatoriamente la strada minimalista, less is more, inquadrature centripete, immobili, cristalline e cristallizzanti, Jude invece reinventa e pastrocchia. Sdoppia, scinde, rimonta in un cinema-mondo dove ogni particola concorre alla costituzione di un panico Uno fatto di bellezza e contemplazione.
Marco Marchetti
Kontinental ’25
Regia e sceneggiatura: Radu Jude. Fotografia: Marius Panduru. Montaggio: Cătălin Cristuțiu. Interpreti: Eszter Tompa, Gabriel Spahiu, Șerban Pavlu. Origine: Romania, 2025. Durata: 109′.




