Un po’ ci speravo. Che succedesse qualcosa pur sapendo che non sarebbe successo nulla: una bambina che aspetta con misto di terrore ed eccitazione l’ultima frase che chiude la favola. Un’infilata di speculazioni a fini commerciali, gadget, lanci in rete, “approfondimenti” televisivi, i Maya che da scienziati diventavano ciarlatani, imbonitori da strada, venditori di catastrofi: questi invece gli ultimi giorni prima del niente. Niente di nuovo quindi. Tutto fa spettacolo. Ma non speravo
tanto in una devastazione azzerante con Melancholia a portata d’occhio, quanto in un gran finale che ponesse fine al gioco come fosse l’ultimo livello di un videogame. Alzarmi, andare all’ipermercato e scoprire di non poter uscire più, perché fuori un’infezione ha trasformato tutti quanti in zombie: la fine del nostro mondo impacchettato e pronto per il BIP in cassa e ancora un BIP della carta di credito. Così, per osservare da dentro tutto l’acquario di “risvegliati” che premono sui vetri, ammaliati dalle luci del megastore, mentre io, dentro, sono in vetrina in attesa del lieto fine.
Sarebbe stato uno scossone. Poi la pioggia avrebbe lavato le budella sparse sulle strade, scivolate nel sistema fognario. Roma sarebbe diventata la Los Angeles del 2019. I signori della politica avremmo scoperto essere replicanti (ma di altri politici precedenti), ci avrebbero raccontato di aver visto cose che
noi non potremmo che sognare ad occhi aperti (o chiusi-spalancati), fino a quando non li avremmo disattivati.
Un po’ ci speravo per percorrere almeno una volta le strade fosche e caotiche e umide e sozze e puzzolenti di Blade Runner pedinando Ford, col sospetto che in fondo sia anche lui replicante. In quale dei Director’s cut preferireste farlo il vostro viaggio? A trent’anni di distanza adesso si può scegliere in Blu-Ray tra tutte le possibili versioni. Perché il mondo non è finito, il gioco continua noioso fino al prossimo annuncio di morte e i negozi scintillano di offerte e continueranno a scintillare fino al 24 notte.
Los Angeles nel frattempo si prepara a trasformarsi per il 2019. Ancora sei anni di attesa. Poi vedremo quanti di noi saranno ancora se stessi o una copia replicante.
Vera Mandusich


