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La presenza nipponica a Cannes 79: Kore-eda, Hamaguchi, Fukada

Tre film nipponici in concorso a Cannes 79 e un premio, quello di migliore attrice assegnato dalla giuria a Virginie Efira e Tao Okamoto per All Of A Sudden di Ryusuke Hamaguchi. Un film che ha colpito molto platee e addetti ai lavori e ha meritato un riconoscimento, anche se la scelta di attribuirlo a entrambe le protagoniste, pur bravissime anche a esprimersi alternativamente nei due idiomi, pare un po’ salomonica soprattutto in un contesto che ha visto ex aequo per altri due premi.

Siamo a Parigi e Marie-Lou è la direttrice di un’innovativa casa di riposo per malati di Alzheimer che sperimenta il metodo Humanitude: utilizzare il movimento e il camminare per tenere attivi e stimolati i pazienti. Un giorno accade uno strano episodio. Mentre la donna è su un tram, si accorge che un ragazzo orientale dal comportamento bizzarro la segue. Scesa dal mezzo scopre che si tratta di Tomoki, un ragazzo autistico nipote di un attore teatrale in città per uno spettacolo: conosce così la regista teatrale nipponica Mari, che mette in scena lo spettacolo Da vicino, nessuno è normale, ispirato alla figura dello psichiatra italiano Franco Basaglia e alla sua idea di rompere la barriera tra “fuori” e “dentro”. Un concetto che nel film ritorna più volte assumendo significati diversi. L’incontro tra le due, con la regista che presto confessa di essere malata terminale di un tumore che può aggravarsi “all’improvviso” come sottolinea il titolo, porta a uno scambio di conoscenze e a un’amicizia che conduce entrambe a una trasformazione.
Hamaguchi è partito da un libro, You and I – The Illness Suddenly Get Worse di Makiko Miyano e Maho Isono, un dialogo tra una filosofa e un medico antropologo che tocca tanti temi del presente, dalla crisi del capitalismo e della democrazia (e il loro rapporto) alla malattia, la follia e il senso della vita, fino alla fine. La pellicola, della durata di tre ore e un quarto, risente della sua origine saggistica in alcuni passaggi, soprattutto nella prima parte, un po’ spiegati e didascalici, ma poi decolla, grazie al ragazzo autistico, a un gatto bianco e al massaggiarsi reciprocamente i piedi che può aprire a rapporti più sinceri e fiduciosi. Un film profondamente umanista e toccante, sul valore della vita e sull’incontro tra la cultura occidentale e orientale per una volta senza stereotipi. Il regista di Drive My Car, ma pure Happy Hour e Il male non esiste, per la prima volta si cimenta con un film in Europa e riprende più volte una frase di Basaglia; “Le persone che stanno bene vivono per davvero?”.

Tanti temi anche in Sheep in the Box di Hirokazu Kore-eda, già vincitore con Un affare di famiglia nel 2018.
Una coppia, che due anni prima ha perso il figlio di sette in un incidente, riceve dall’azienda tecnologica Rebirth la proposta di avere una replica umanoide del loro Kakeru. I due accettano e si trovano una copia frutto della robotica e dell’intelligenza artificiale sulla base delle fotografie, dei video e delle informazioni da loro fornite. Se l’inizio ricorda parecchio A.I. di Steven Spielberg, a Kore-eda interessano più la genitorialità e i rapporti familiari che la tecnologia, e la seconda parte della vicenda va verso le tematiche esplorate anche in opere precedenti. C’è l’elaborazione del lutto e l’idea della sostituibilità di chi non c’è più. “Siete giovani, fate un altro figlio”, suggerisce la madre di lei, che li invita ad andare avanti, mentre restare nel passato sembra più comodo. La pecora nella scatola del titolo deriva da Il piccolo principe illustrato che la madre architetto legge al nuovo arrivato per una sorta di educazione affettiva e subito mette in luce la differenza tra chi nel disegno vede la pecora o solo la scatola. È un film di alberi, tipi di legname e funghi, in una sorta di circolarità della natura e della vita. Non sarà forse il Kore-Eda più originale e spiazzante, ma resta una pellicola di valore.

Si dipana piano fino a raggiungere imprevisti momenti di sottile tensione Nagi Notes di Koji Fukada, il più giovane e meno affermato del terzetto nipponico, anche se fu in competizione a Venezia nel 2022 con Love Life e in precedenza in Un certain regard a Cannes nel 2016 con Harmonium. Una storia tratta da un testo teatrale e ambientata in un villaggio rurale. Qui arriva l’architetta Yuri per qualche giorno di vacanza e per posare per l’ex cognata scultrice Yoriko. Il figlio di quest’ultima è appassionato di disegno e ha un amico di nome Keita che lega in fretta con la nuova venuta. Un film sulla quotidianità di paese, con le sue abitudini (il bollettino radio giornalieri con gli annunci e le segnalazioni della vicina base militare) e le sue chiusure, i sentimenti, l’arte e la scelta se crescere in campagna o in città.
Un’opera delicata, che segue il ritmo ondivago delle giornate di Yuri, in una fase un po’ incerta della sua esistenza, ma con qualche colpo a vuoto.

Nicola Falcinella

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