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Lo straniero

Ozon legge Camus

Cineasta eclettico e inarrestabile, François Ozon rappresenta quasi un unicum nel cinema europeo. Prolifico come pochi nella sua generazione (una trentina di lungometraggi in altrettanti anni di carriera), una capacità di cambiare radicalmente e una volontà di omaggiare i suoi maestri, a cominciare dall’amatissimo Reiner Werner Fassbinder. In più il sapersi cimentare con progetti ambiziosi senza perdere originalità e riconoscibilità. Ora arriva in sala la sua più recente pellicola, Lo straniero tratta dal romanzo di Albert Camus pubblicato nel 1942, che è stata presentata in concorso alla Mostra di Venezia. Un adattamento e un confronto non banale, giacché esiste il precedente di Luchino Visconti del 1967 con Marcello Mastroianni, che Ozon svolge in maniera molto apprezzabile.

Protagonista è il giovane pied noir Mersault, modesto impiegato di famiglia francese nato e cresciuto in Algeria. Siamo ad Algeri (ma Ozon ha girato in Marocco, a Tangeri) alla fine degli anni ‘30 e l’uomo, apatico, indifferente e rassegnato, riceve la comunicazione che sua madre è morta. Con calma si fa dare il permesso dal lavoro e parte in corriera verso il villaggio in cui la donna viveva. Il figlio non vuole vedere la donna morta, attende pazientemente il funerale e assiste al rito senza mostrare alcuna emozione o trasporto. Al rientro nella capitale va alla spiaggia dove incontra la bella e intraprendente dattilografa Marie. L’amicizia, o forse uno strano rapporto di fascinazione e incapacità di dire di no, con l’esuberante vicino Raymond lo caccia però nei guai. E Mersault ucciderà un giovane algerino, “un arabo”. È così che inizia il film, dopo il prologo che presenta la città come una via di mezzo tra Parigi e una medina araba utilizzando anche spezzoni di un documentario di Pierre Lafond del 1946. Il protagonista è condotto in carcere in una cella molto affollata e tutto ciò che ha da dire agli altri detenuti che chiedono è: “ho ucciso un arabo”. Una rassegnazione e una presa d’atto che lo renderà quasi incapace di difendersi nel lungo processo. Mentre il morto resta “un arabo” per tutto il film e solo nel finale diventa una persona con un nome proprio. Un’espropriazione di identità che simboleggia la colonizzazione, uno dei temi forti del libro e del film. Al primo appuntamento Mersault e Marie si recano al cinema a vedere Fernandel in Le Schpountz (1938) di Marcel Pagnol e in evidenza all’interno del Cinema Metropol c’è il cartello con la scritta “Vietato l’ingresso agli indigeni”.
Come dice il titolo, il protagonista è “straniero”, ma non solo a quella terra che lo fa sentire estraneo o da cui si sente estraneo, ma straniero dal mondo e straniero anche a sé stesso. Anche la passione con la sensuale e libera Marie sembra non travolgerlo: è la donna a prendere le iniziative. L’unica reazione, forse una reazione eccessiva, Mersault ce l’ha nella scena dell’omicidio, ma potrebbe anche essere effetto del riflesso del sole sulla lama. Nonostante il dibattimento, resta difficile accertare se l’uomo sia colpevole e, soprattutto, responsabile di quanto accaduto. Sarà però accusato e condannato, soprattutto per l’aggravante di non aver pianto al funerale della madre più che per l’assassinio. Al processo è come se Mersault sfuggisse alle logiche: dice quel che pensa, compresi i dubbi. È personaggio moderno, non a caso il romanzo contribuì a fare di Albert Camus uno dei capofila dell’esistenzialismo letterario. Ozon riesce a far uscire le tante implicazioni filosofiche e religiose del testo: molto bella la visione della decapitazione su una sorta di calvario alla sola presenza della madre, un’immagine assai cristologica.
Il film sembra avere una trama più stretta rispetto a quello di Visconti, più rarefatto. Ozon crea l’atmosfera con la bella e raffinata fotografia, che insiste molto sui chiari scuri e sui dettagli, più che con i tempi. Gli attori sono tutti perfetti e intonati. Benjamin Voisin è così tanto Mersault che a volte sembra sparire. Memorabile è l’incantevole Rebecca Marder, che era già in Mon crime, sempre di Ozon. Pierre Lottin, anche già con il regista in Sotto le foglie e Grazie a Dio, oltre che visto L’orchestra stonata, Un anno con Godot o La notte del 12, è un grande Raymond. Questi è uno di quei personaggi che il cinema non sa e non vuole più raccontare, una magazziniere magnaccia maschilista, prepotente, viveur e vitale.

Nicola Falcinella

Lo straniero

Regia sceneggiatura: François Ozon. Fotografia: Manuel Dacosse. Montaggio: Clément Selitzki. Interpreti: Benjamin Voisin, Pierre Lottin, Swann Arlaud, Denis Lavant, Rebecca Marder, Benjamin Hicquel, Jean-Benoît Ugeux. Origine: Francia, 2025. Durata: 120′.

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