Candidato a nove Oscar, esce con I Wonder Pictures Marty Supreme, l’attesissimo film di Josh Safdie, fratello maggiore di Benny, autore di The Smashing Machine presentato a Venezia pochi mesi fa. I due fratelloni americani si sono separati, ma hanno continuato entrambi a lavorare con la A24, ormai una potenza hollywoodiana conclamata. Secondo Deadline Marty Supreme ha avuto un budget pari a 70 milioni di dollari, superando Civil War come film più costoso della casa di produzione una volta indipendente.
Safdie con la collaborazione del sodale sceneggiatore Ronald Bronstein si è ispirato in fase di sceneggiatura alla vita del giocatore medaglia di bronzo ai mondiali di tennistavolo Marty Reisman, senza però renderlo un vero
biopic. Siamo infatti a New York negli anni Cinquanta, Marty (Timothée Chalamet) si mantiene vendendo scarpe ma ha una passione divorante, il ping pong, una debolezza, le scommesse, e una smisurata ambizione: diventare il miglior giocatore di tennis da tavolo in circolazione. Non si cura del disprezzo generale, il ragazzo è sicuro di affermarsi. Il suo desiderio di gloria lo porterà a cercare in tutti i modi di mettere insieme i soldi per arrivare a Tokyo e sfidare il campione nipponico di ping pong: il micidiale Koto Endo. Prima di arrivare a quel momento, Marty corre senza tregua, tra vittorie e fallimenti, truffe, disastri e equivoci stravaganti, incontrerà donne (anche Gwyneth Paltrow al ritorno sul grande schermo dopo anni) e uomini (tra gli altri un Abel Ferrara gangster e pure David Mamet) che segneranno indelebilmente il suo destino.
Safdie gira un film di 150 minuti vissuti proprio come una partita di ping pong, con un ritmo frenetico e ansiogeno pedina Chalamet mettendo il suo unico giocatore contro tutti: sudate, cadute e rimbalzi intorno al tavolo metaforico della vita. Il film si sviluppa così con il solito stile indiavolato: un film-maratona dal suono frastornante e dal montaggio sincopato, un po’ noir e un po’ gangster movie, ma forse in verità un coming of age travestito da film sportivo. È un film, come spesso nel cinema dei Safdie (vedi Good Time ma anche Diamanti grezzi), sull’illusione di un loser che vuole diventare eroe a tutti i costi. Come racconta lo stesso Safdie “Il ping pong per molti, soprattutto in America, è un nano sportivo, una disciplina di nicchia che non vale la pena prendere troppo seriamente, anche se in Cina e Giappone ha un seguito gigantesco. Persino il nome fa un po’ ridere. Ma se qualcuno giudica stupido il tuo sogno, è proprio questa delegittimazione a renderti ancora più deciso a perseguirlo”.
È il sogno americano in sostanza, la volontà di Marty di raggiungerlo è quasi più importante che afferrarlo davvero. I sogni ampliano la prospettiva e ti aiutano a capire cosa conta veramente, sembra dirci il film.
È interessante notare che dopo la separazione artistica con il fratello Benny, entrambi si siano concentrati simultaneamente su due film sportivi, entrambi legati a un tempo passato (gli anni ’50 in questo caso, gli anni ’90 il fratello), entrambi incentrati su uno sport minore (ping pong qua e lotta dall’altra parte), entrambi con personaggi reali (Marty Reisman qui, Mark Kerr là), entrambi protagonisti forti che non accettano la sconfitta e, perciò, lottano contro le loro dipendenze/ossessioni. Non facciamo spoiler, ma ci piace far notare che esattamente come il Mark Kerr di The Smashing Machine anche il nostro Marty, in fondo alla sua storia, arriverà a ridimensionare il suo sogno.
Marty Supreme è indubbiamente un film profondo e divertente, ma è anche smisurato e un po’ compiaciuto, quello che manca è probabilmente l’empatia con il protagonista. Nel suo scorrere senza pause è un film che lascia poco spazio alla riflessione e ancora meno all’umanità: nonostante la performance notevole di Chalamet (reduce da un Golden Globe e in lizza per l’Oscar), non tifiamo mai davvero per Marty, è troppo antipatico per provare una vera compassione per lui. È un personaggio ispirato da una persona reale che però, sorprendentemente, non riesce mai veramente a prendere vita come individuo. Ci scorre davanti, sfuggente, veloce e selvaggio, non riusciamo mai a entrare in contatto emotivo con lui. Ma forse è questo che vuole dirci davvero Safdie con il suo cinema frenetico, caotico e senza una centralità vera e propria. Ci racconta una storia di ieri ma ci mostra il mondo fluido, sfuggente, senza legami emotivi che abbiamo oggi davanti ai nostri occhi.
Claudio Casazza
Marty Supreme
Regia: Josh Safdie. Sceneggiatura: Josh Safdie, Ronald Bronstein, Shadmehr Rastin. Fotografia: Darius Khondji.
Montaggio: Ronald Bronstein, Josh Safdie. Musiche: Daniel Lopatin. Interpreti: Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Fran Drescher, Odessa A’zion, Sandra Bernhard, Abel Ferrara, Penn Jillette, Spenser Granese. Origine: USA, 2025. Durata: 149′.




