RecensioniSlideshow

No Other Choice

È un mondo difficile. Quando l’appagamento professionale coincide con il benessere familiare, una moglie affettuosa, due figli amorevoli, una bella casa, un elegante garden privato dove farsi baciare dal sole tiepido di ogni primavera, e tutto, ma proprio tutto, sembra promettere un futuro ancora più luminoso, c’è sempre un meteorite inaspettato che arriva a distruggere ciò che faticosamente è stato costruito. Per You Man-soo (Lee Byung Hun), 25 anni di carriera nella produzione di carta, quello che si definisce un esperto nel settore, il meteorite in giardino è il ben servito della nuova proprietà dell’azienda in cui ha fatto carriera, ora passata in mano straniera, a quel tipo di gente che da tempo ha riscritto le regole del mercato del lavoro e i rapporti di forza tra padroni e dipendenti.
È un mondo difficile, dunque. Il giorno prima dai vertici ti regalano anguille da grigliare in segno di riconoscenza, il giorno dopo sei in coda all’ufficio di collocamento, con la consapevolezza che qualsiasi impiego sarà declassante.

Ispirato dal romanzo The Ax di Donald E. Westlake, nonché dalla traduzione che ne aveva fatto Costa-Gavras nel 2005 (Il cacciatore di teste), Park Chan-wook, coadiuvato alla sceneggiatura da Lee Kyoung-mi, Jahye Lee e Don McKellar, costruisce un’opera imprevedibile nello sviluppo della storia, abbagliante dal punto di vista estetico, ricca nella stratificazione semantica. Niente di nuovo per chi apprezza il cinema del maestro coreano. Con il precedente Decision to Leave Park aveva messo a referto un thriller (genere a lui caro) che rasentava la perfezione, riportandolo ai livelli della trilogia della vendetta, il cui apice è forse Sympathy for Lady Vengeance, nonostante l’elevazione a cult del pirotecnico Old Boy.

ATTENZIONE! ciò che segue contiene piccoli spoiler.
Motivato dal proposito di proteggere la famiglia dal possibile collasso economico causato dalla perdita dell’impiego, ossessionato dall’idea di dover vendere la vecchia casa di infanzia riacquistata attraverso un mutuo ancora aperto, sacrificare le lezioni di violoncello per la virtuosissima secondogenita, Men-soo, uomo del suo tempo, si sdoppia, vestendo i panni cinici di uno spietato tagliatore di teste. Ma a cadere non sono le teste in esubero di chi occupa già un posto in quella che l’uomo reputa essere la fabbrica dei suoi sogni, la Paper Moon (magnifico nome!), leader nella produzione di carta. Per farsi assumere previo colloquio, Men-soo deve far fuori tre possibili concorrenti egualmente qualificati, anche loro in attesa dell’occasione per riappropriarsi di un lavoro che, si capisce, non è solo occupazione remunerativa, ma abitare un’identità. “Non ho altra scelta”, diventa un mantra per convincersi della necessità di farsi assassino, mutando forma sotto lo sguardo sospettoso della moglie Mi-ri, pacifica dea del focolare che infine, a conti fatti, del marito diventa tacita complice.

Park, costruisce le trame di superficie e di profondità per accumulo, senza timore di perdere il fuoco del film, che anzi cresce nei sottotesti sociologici e politici, quanto nelle allegorie prima abbozzate e via via svelate da un segno di contorno violento che, nel caos di eventi che si innescano uno dentro l’altro e saltando con lucida follia da un registro linguistico all’altro, si fanno specchio di una società corrotta dal sogno/incubo occidentale del neocapitalismo (illusione calcolata di benessere facile e diffuso). L’individuo di Park, come quello di Bong Joon-ho (Parasite, ma anche Snowpiercer), guarda il cielo desiderando le stelle, mentre affonda con i piedi nel fango, punito dalla presunzione di poter accedere a più alte gerarchie di potere.
Men-soo ne è il tragico emblema. Dietro il paravento della famiglia, si scaraventa in una guerra per la sopravvivenza inacidita dalla delusione di una promessa non mantenuta: quel paradiso in vita dopo un’impervia scalata sociale scandita da sacrifici e dolori. Il motore che giustifica la deformazione corporea in macchina omicida si attiva nelle pieghe di una personalità borderline disorientata dalla perdita dello scettro domestico e di un’identità forgiata sul lavoro come cartaio. Ci pensate a Chaplin che, risucchiato dai tempi moderni, perde il vagabondo per farsi ingranaggio e basta?
Men-soo ha dunque erotizzato il lavoro – gode nel definirsi esperto cartaio (badate, non nel senso che avrebbe potuto dare un artigiano che sfiora il suo manufatto) – ma, estromesso dal sistema di piacere, ritrova la sua mascolinità nell’eliminazione scientifica dei concorrenti. Architetto di morte senza essere esperto assassino, Men-soo è assecondato da Park, che gonfia ulteriormente il film con trovate slapstick, sconfinando clamorosamente, e non di rado, nella grottesca messa in scena di un clown suo malgrado.
Se Decision to Leave era un thriller che guardava al melodramma, qui i meccanismi di genere aprono alla commedia dell’assurdo, che fa ridere e inorridire al tempo stesso, scaraventando lo spettatore in una costante indecisione morale su quale sia la parte buona del racconto.
E se la fotografia seduce l’occhio con una palette cromatica splendida, in contrapposizione netta alla lugubre liturgia che va consumandosi di sequenza in sequenza, è solo sul finire, quando la figlia minore, forse autistica, sicuramente genio riconosciuto del violoncello, suona il suo strumento, che il linguaggio perfetto costruito dalle sue note sembra per un attimo riportare un briciolo di pura bellezza in un cupo scenario familiare che, nell’equivoco del “lieto finale”, sembra porre dolcemente una pietra tombale sull’umanità.

Alessandro Leone

No Other Choice

Regia: Park Chan-wook. Sceneggiatura: Park Chan-wook, Lee Kyoung-mi, Jahye Lee, Don McKellar. Fotografia:
Woo-hyung Kim. Montaggio: Ho-bin Kim, Sang-Bum Kim. Musica: Cho Young-wuk. Interpreti: Lee Byung-hun, Son Ye-jin, Park Hee-soon, Sung-Min Lee, Cha Seung-won, Yeom Hye-ran, Yoo Yeon-Seok. Origine: Corea del Sud, 2025. Durata: 139′.

Vedi altro

Articoli correlati

Pulsante per tornare all'inizio