Presentata in concorso al 78º Festival di Cannes, l’ultima opera di Richard Linklater è un film che parla di cinema, che parla di chi fa cinema e di chi ama il cinema. Il grande regista statunitense è facilmente identificabile come un esploratore, un cineasta che non si è mai accontentato di aderire ad uno stile, cercando semplicemente di riprodurlo e migliorarlo nel tempo ma che, costantemente, ha voluto rimettersi in gioco, spaziando tra i generi, i mezzi stessi del cinema (live-action, tecnica mista, animazione, rotoscope), ampliando il suo linguaggio e le diverse tipologie di messa in scena e di racconto.
Con Nouvelle Vague decide di omaggiare un indiscusso capolavoro della storia del cinema, utilizza un elegante bianco e nero e il formato 4:3 per mettere in scena quel Fino all’ultimo respiro che fece conoscere il genio di Jean-Luc Godard, ricostruendo principio e sviluppo di quest’opera libera e anarchica, cercando di seguirne la genesi, il contesto, le riprese giorno per giorno, il montaggio e la primissima proiezione privata avvenuta tra amici e intimi di Godard stesso.
Omaggio è forse la parola chiave per presentare questo film: un omaggio tenero e sentito ad una stagione irripetibile del cinema francese che ha poi influenzato tutto il cinema a venire, un tributo, però, carico di sentimento unito a una forte urgenza e una necessità di raccontare, di mostrare e immaginare tramite questo potentissimo mezzo.
Ciò che più emerge da questa certosina messinscena è la bruciante passione che questi giovani (non mitizzati dall’occhio della cinepresa di Linklater), riversavano nello spirito rivoluzionario, sovversivo e libertario con cui volevano cambiare, se non il mondo, almeno il modo di guardare ad esso tramite il cinema. Giovani che stavano tutti facendo il grande salto, passando dall’egida dei Cahiers du cinéma a dirigere le loro prime pellicole, poiché pensavano che non si potesse fare critica senza fare cinema e il cinema dovesse essere la naturale prosecuzione di un percorso critico. Linklater riesce quindi a non cadere nella facile esaltazione ossequiosa verso questo magnifico carosello di personaggi diventati famosissimi per un pubblico cinefilo, ma a mostrarli come un gruppo di ragazzi che si divertivano a girare film e che sapevano prendere con leggerezza, spavalderia e coraggio l’idea di non seguire delle regole già scritte e canoni estetici ormai sedimentati ma cercavano instancabilmente di crearne di nuovi: “è ora di smetterla di fare film che parlano di politica. È ora di fare film in modo politico”.
In questo nutrito gruppo di geni della Nouvelle Vague i volti più rappresentati sono quelli di Godard stesso (Guillaume Marbeck), della bellissima Jean Seberg (Zoey Deutch), di Jean-Paul Belmondo (Aubry Dullin), del fedele montatore Raoul Coutard (Matthieu Penchinat) e dell’assistente alla produzione Pierre Rissient (Blaise Pettebone).
Un notevole merito del film di Linklater sta proprio nel fatto di riuscire a farci immedesimare in questi futuri geni del cinema con grande naturalezza, senza estremizzare pose, comportamenti o idiosincrasie di qualunque genere ma dosando con equilibrio quegli aspetti che li hanno canonizzati nell’immaginario cinematografico: ed è così che troviamo una Jean Seberg petulante, impaziente e molto insicura nell’imbarcarsi e nel continuare a partecipare alle riprese di À bout de souffle, un Belmondo, al contrario, completamente euforico nel seguire qualsiasi indicazione del sodale Jean-Luc, un Raul capace di adeguarsi ed adattarsi a qualsiasi bizzarria nelle modalità richieste di ripresa e un Georges de Beauregard – il produttore – comicamente sull’orlo di una crisi di nervi, nel tentativo di comprendere ciò che Godard voleva fare e come poter vendere al grande pubblico il film che andava a formarsi sotto i suoi occhi. Su tutti svetta la figura di Godard: energico, irriverente, difficilmente classificabile, ipercitazionista ma, al contempo, fragile e insicuro, continuamente schermato dai suoiocchiali neri, filtro attraverso il quale scruta il mondo e certo riparo per le proprie paure.
Il film ha, infine, anche il grande pregio di essere riuscito a dribblare una possibile grande trappola che riguarda l’aver scelto attori che ricalcano fisionomicamente i volti e le corporature dei noti artisti della Nouvelle Vague, scelta che spesso può generare qualche dubbio sulla reale bontà attoriale del cast selezionato, il quale riesce, però, a dar vita a personaggi che esprimono una grandissima joie de vivre e voglia di lasciare un segno e fanno rivivere con trasporto quei momenti e quel clima storico. Un film che potrà sicuramente essere apprezzato da una platea di cinefili, da coloro che vogliono fare film o imparare qualcosa sul modo di fare cinema ma, soprattutto, un film che fa emergere la figura di una generazione di giovani che volevano far sentire la propria voce in maniera chiara, forte e inequivocabile, una comunità, un gruppo di amici capaci di sognare il cambiamento e consegnare alla Storia una piccola rivoluzione.
Stefano Luppi
Nouvelle Vague
Regia: Richard Linklater. Sceneggiatura: Holly Gent, Laetitia Masson, Vincent Palmo Jr., Michèle Pétin. Fotografia: David Chambille. Montaggio: Catherine Schwartz. Interpreti: Zoey Deutch, Alix Bénézech, Guillaume Marbeck, Aubry Dullin, Adrien Rouyard, Roxane Rivière, Côme Thieulin, Jean-Jacques Le Vessier. Origine: Francia, 2025.
Durata: 105′.




